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Trapassato

Un crepitio ossimorico sentivo
sciogliersi nel mio sangue, un rasoio
sensuale nell’ombra d’un firmamento
di sillabe di tamburi impazziti,

un cuore malato che mi teneva
sospesa alla morte degli infiniti,
una frattura dentro le catene
che mi risciacquavano nelle vene

l’ergastolo di dolori cuciti
sulla pelle come i rovi e le siepi.

Silenzio lunare

Infinitesima bellezza muta
il mio cuore fantasma in cui si spezza
melodiosa decadente incompiuta
poesia, latitante fanciullezza

presso rami di sangue e di bianchezza
d’un tramonto stellato che mi scruta
nel basso d’una grave leggerezza
di versi come la frutta scaduta,

nel silenzio lunare su cui sputa
chi imbratta con una parola e mezza
la via pericolosa già battuta
dai più grandi la cui voce è la brezza

divenuta tempesta nella notte
e la fiamma che ogni tenebra inghiotte.

Genere umano

Tutti parlano, parlano, parlano.
L’ininterrotto ruscello di verbi
inonda campi di grano che pochi
devoti al genere umano seminano,
invade case d’amianto o cemento,
idillici cespugli in mezzo al nulla,
distrugge villaggi africani, tetti
di paglia, grotte di sapienza antica,
l’anima bulla sui lucidi schermi,
ma soprattutto l’alito cattivo
uccide le fioriture selvatiche.
Ciascun trotta, trotta, trotta
come uno dei tanti vecchietti imberbi,
s’abbandona a schifosi ansiti rochi
nella cerchia di quelli che dominano,
si rende cieco dietro al paravento
della sua vanagloriosa aria grulla,
distrugge nuovi ebrei in miseri ghetti,
pazzi innocui con il culo all’ortica,
dentro gli frulla l’odio per gli inermi,
ma sopratutto saltella giulivo
pestando le sue carcasse dogmatiche.
Se ognuno tace, nel silenzio giace
un urlo antiumano, non v’è pace
per costui.

Amore

Salpa nel caos d’oceani d’inchiostro
quest’urlo dai baluginii soavi,
specchiatosi nel riflesso di mostro
l’ego divisosi in flotte di navi,

socchiuso tra vele, spiegate e nere,
lungo taglienti rasoi nell’azzurro
di climi ostili, oltre le barriere
l’ininterrotto a me caro sussurro

volto alla patria della meraviglia
di versi, dell’umano presentire
divini silenzi impressi alle ciglia
d’una morte venutami a rapire

nell’ora in cui approdo nella baia
dove le stelle rinfrescano l’aia.

Clessidra

La sabbia scende piano, già corrode
colonne erculee, oltre confini
di sapienza che a me non fu concessa

e il mio sangue rancido, senza lode
s’interseca dove chini e supini
ladri di conoscenza non ammessa

in aule paludose della frode
si lordano mani come bambini,
come vermi con l’unica promessa

che stelle decadute nelle mode
spalancheranno gli oscuri acquitrini
dove sta la verità più complessa.

Le ultime colonne

Questo mezzo suono d’abisso pare
un crepitio d’eterni biancheggianti,
l’urlo immobile di tenebre care
in un microcosmo di nanoquanti

di sillabe elettriche dentro bare
d’abitudine, circostanza, noia
nel cemento d’un vuoto casolare,
con la gola tesa al nodo del boia

in mezzo a chili di robe da fare,
dove la poesia resta una scusa
per trovare azzurri in cui annegare
fuggendo da una tortura confusa,

sorridendo su che sia poi la morte
di cui si conoscono già le porte.

Il re nudo

Vive sotto inghirlandati sudari
coprenti le abitudini noiose
a nutrimento d’umani calvari
un’illuminata grazia di rose,

la levità di periodi bianchi
in apparenza a portata di mano,
ed è l’ennesima prova tra banchi
dall’esito noto, un vecchio brano

di musica classica, sinfonia
di vellutata morbidezza all’arco
interrotta dalla cacofonia
schiamazzata d’un improvviso sbarco

su chiare pagine d’una vergogna
che mi riduce alla segreta gogna.

Segni in memoria

Giovane, bella tu eri, eri un gambo
di linee tese al cielo sfiorito,
un diamante nell’universo strambo
dal terreno più sterile attecchito.

Le variopinte nervature, frasi
che per la bocca tua avevi abortito,
erano rami inoltrati nei casi
d’un dio sparpagliato nell’infinito.

Ricordi i tempi in cui riempivi vasi
di semi, di specchi in pezzi d’eterno,
e senza saperlo gettavi basi
d’una nuova pianta su cui far perno

per sollevare il mondo sopra il vuoto
mandandolo a quel paese già noto?

Il tuo nome

Sei tu che calpesti la terra monca
con l’avido cercare ritornelli
un tempo strimpellati nel santuario
di monti grigi, di foglie spezzate?

Sei tu che te ne andasti, un’estate,
lontan da stelle di carta, da me,
nei luoghi che la mente impallidita
navigava indicandoti la strada.

Le fosse non sono state mai
tanto belle come tra le tue mani
sormontate da calli e da linee
dirette verso la luce polare.

Ora che non ci sei, antico amore,
in questa rigogliosa solitudine
il tuo nome sussurro
da serpente nel fuoco.

Un magro pasto

Il disegno non è lampante
quindi succhio brodo di stelle
incatenando la parola

al senso che la mia pistola
attraversa sotto la pelle
perforando l’anima andante

in fondo al piatto, rimasugli
d’una minestra riscaldata
finché Omero s’addormenta.

Basta essere seri

Non è l’inferno. La temperatura
supera i 30, diretta ai 40.
Chi può, va via, là dove la frescura
s’accoppia al mattino al gallo che canta.

Qui, la sera, l’ubriaco si schianta
o brinda per ore senza paura
che la nonna l’innaffi (grande santa)
con insulti veementi – censura.

Chi può, va via. Più spesso fugge al mare
che nell’alcova d’un gallo cantante,
ma ben poco m’importa, oh, davvero.

Mi diverte lo strazio ohibò sincero
di chi poi torna alla città rombante.
Gli dirò, a lettere molto chiare:

« Resto tra le zanzare
conscia il viaggio sia l’altro naufragare. »