Relatività personale

Lancette curiose
pigolano al vespro. Non mi piace
l’orologio al polso, imperatore
d’attimi regolari, bensì il tempo
gobbo, ripido, comico. L’ignoto
signore del latifondo, il canestro
in cui scende il pallone lanciato
accelerando, inseguendo i morti
attesi da stelle passate prima
che lui ed io – che palleggio – nascessimo.
Ogni volta che gioco
perdo tempo. E mi piace davvero
far rimbalzare le sfere, luccicare
come le caramelle nel suo stomaco.
Dopo ogni lancio
arretrando non recupero il tempo
ma prendo la rincorsa
finché il pallone ed io non ci sgonfiamo.

Il nido dei serpenti

È l’Africa. Il seno da cui nacque
la scimmia curva sull’erba bagnata,
il colle rigoglioso dove giacque
ogni donna pelosa, poi l’armata

diretta al nord polare a filo d’acque
nella strettoia perlopiù ghiacciata.
La testa bionda, si dice, non piacque
finché la pelle non si fu sbiancata.

La nostra specie è vana — rade tutto,
compresa la preistoria, la sapienza
di homo, emigrato, farabutto

a casa propria, dove un solo frutto
si distribuisce, in frode e coscienza,
ai miliardi d’un pianeta distrutto.

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle
a poco a poco rinfocola braci
d’aironi cavalcati sotto pelle
beccando dove siano più rapaci

come nei più selvaggi, colmi baci
d’esperte muse, di fertili ancelle
i ciocchi che riattizzano fornaci
pungendomi le grate, somme celle

di parti moribonde, di note arse
guarite in coma, ombre naturali
di rimpatri all’azzurro la cui pace

come la guerra nell’eterno tace
truccata in bianco e nero, tra fanali
d’incomprensibili parole e farse.

Lo sgabuzzino

Cancellando l’azzurro tra le scope
subodoro la muffa, l’indistinto
disturbo tra le cose, quasi sempre

un dipinto di rose diplomate
in vita con sei meno nella media,
le spine non aguzze dell’ingegno

veloci a riposare sulla sedia
molestando le natiche d’eterno
e vangando poeti, emigrati

a stelle in dormiveglia come i preti,
rispolverando la stessa manfrina
ogni santa mattina, fino a sera

quando spuntano i ragni sulle tele
ricreando gusto per caso di mele
nei traffici sfocati di giornata,

interpunzioni dall’oltrenatura
o cesure nel verde d’altri sensi
negate nel pantano di chi veda

già non molto lontano, in attesa
della divinità, in latitanza
dell’uomo che provveda a coltivare

virgole nell’immenso tra le bare.

All’amore

O vecchio lampadario mio gocciato
dal soffitto di valli nebulose,
sei forse un’ombra nel sangue usurato
dal troppo vento di sillabe afose?

E anche se s’usa far crescere rose
tra le spine dei versi, sta in agguato
il tuo senso di morte, con le cose
che nessun osa raccontar del fato.

Ed io, mediocre, in silenzio quasi
ti lascio nel tuo sonno, a rubarmi
lo specchio della fiaba, la bruttezza

spesso confusa con la piccolezza
e l’ironia che punge e sa baciarmi
nella bruma lunare d’una stasi.

Geometria breve

Già sai dov’emigrare — laghi verdi
di foresta lunare, assodati
se ti volgi alla morte, ma se perdi

tutti i lumi {r}esisti fra iati
di gocce rovinate, e bisbigli
mal sopportate cose, forse lati

di quadrature a cerchi, e sbadigli
rispondono da allora, tuttavia
li nutri quasi fossero tuoi figli

perché l’ora verrà d’una magia
e sarai ramo scintillante, vivo
a ridosso dell’acqua, una scia

in cui bruciare, ebete e giulivo
come il bimbo che già sei nella vita
che ti ha reso maldestro fuggitivo

da quand’è stata nel rogo bandita.

Ozio

M’intrufolo nel buio con le stelle
sputando sangue d’unghie nella mano,
cedendo d’ogni poro contro pelle

il solfeggio, l’ignoto quotidiano
all’ambiente, a viuzze siderali
dell’eremo fanciullo, ed è strano

salire con le scale laterali
filate dalle trecce della chioma
di muse, querce, aquile senz’ali

in stati vegetativi di coma,
le penne rameggiate verso i cieli,
le cortecce leggere, e mi domano

fogliami raggrinziti, gli steli
coniugati nel vento analfabeta,
e sillabe estroverse e un po’ crudeli

tempestano con fraseggi di seta
gocciando addosso a me, sembrano il pane
in briciole che segnano la meta,

mi sembrano il saltello delle rane
per stagni recintati, la visione
delle talpe, uscite dalle tane

non abili nell’accomodazione
del calcolo preciso, il ronzare
di mosche per narici, la questione

di sognare talvolta se mi pare
un’isola perduta della luna
riconquistando l’apertura alare

e l’eterno spiato da una cruna.

Lux aeterna


Spegnere tutte le luci e posizionarsi al buio assoluto. Dotarsi di dispositivo audio, come le cuffie, di qualità ottima e ascoltare il brano musicale, dopodiché proseguire a leggere.


La marea cacofonica bisbiglia
iati, mezzi toni, sfumature,
lampi d’oscurità nel parapiglia
dell’adulto, l’assedio di paure

dissezionando vuoti, tra le ciglia
l’inizio di matematiche pure
o l’equazione nulla della griglia
che figge nei celesti, sulle alture

mappe e boschi di stelle troppo alieni
vicini forse a bambini rapiti
nell’incanto lunare che si gira

sfasando idee, spaziosi sereni
appena cedono sogni attecchiti
dove la morte sposa si ritira.

A un tiro di schioppo

T’immagino bagnare latifoglie
nel lunare complesso musicato
dai cieli polverosi, lungo soglie
finite con un gioco d’impiccato

su taciti strapiombi dove ridi
prima che le tue arterie siano ascese
a forse caldi, sparpagliati nidi
dal bosco collinare, quasi accese

su un praticello d’erba dentro stelle
cui vuoi unificarti, ossi e guanti
di parti deviate, uno di quelle
prima che il timido attore s’ammanti

nella stagione eterna, vicini orti
nell’ombra sacra della poesia
manomessa salpando verso i porti
da palpebre d’esilio la cui spia

è il piccolo individuo già dannato
nel sogno raro che l’ha denudato.

L’uomo del lavoro

Eri il tizio impicciato con la vita
dentro corsie stravolte dall’urgenza,

l’acquario in cui nuotavi poi da trota
con statura media d’onestà

e poi il motore spento sull’asfalto
emigrato alle nubi sonnacchiose,

ora sei solo un vecchio – in poltrona –
i cui sogni non sono mai perduti

ché perduto sei tu, dentro il tuo sogno.

Oscurità

Nessuno
il grido pianto
da bocche lunari, in mezzo a silenzi
di cui si vestono nubi astratte

appoggiate sulla mia nullità
ai cipressi grinzosi senza gemme
nel dedalo di buio
d’ogni frastornata ansa

colorata dalla psiche, mi pare quasi
il reo passaggio di circuire
rocamboleschi ciclopi fuggenti
la poesia

molteplice unità fissa
su iati operosi, salmodiando
di malate foreste
per questo condannate

com’Ulisse dopo i tronchi erculei
a bruciare per sempre, straripando
lungo il viaggio nella profezia
scissa

dentro la cecità.

La tua buccia è cruna di cielo

La tua buccia è cruna di cielo
in un cumulo di macerie, in una meteora di grazia
a precipizio sullo strapiombo dei disintegrati

uomini che non credono in nulla, e come l’ago
perfori le mie vanità cadute che tenevano
sogni di terra allagata, e quando muori

il pugno di stelle che nascondi s’apre a infinitesime
creazioni ed esplodono nel palmo, alcune
nascituri germogli scesi dall’olimpo

di polvere, gli storpi e i pazzi gettati dal dirupo
ai fondali marini di selve mortali, dove i tuoi pori
fioriscono negli aranci e pizzicano

gli stomaci caldi e le stagioni conservano
il ricordo pallido di te nelle ossa e dall’azzurro
l’eternità misconosciuta giunge vicina

a uomini che non credevano, raccolta e mangiata
dai nidi rapaci del miele delle api e l’inchino
della regina consacra l’apertura alare

da te sporta fecondamente all’immensità.

Il bianco

Numeri in fila indiana sulla porta
lasciano gli indumenti dignitosi
e nudi innanzi all’uomo, bisognosi
indossano la neve che supporta

il meccanismo d’ogni patria morta
sotto freddi lumini, sono sposi
d’un silenzioso bianco, rumorosi
piedi neri d’inverno sotto scorta

e non v’è dio che salvi l’aguzzino
dall’apposizione di quel sigillo,
la fatica dei pasti che riduce

velocità nel lavoro meschino,
fiammate stellanti di gas, lo squillo
dal filo spinato sotto la luce.

La montagna

Le fragranze dei pini martellano la casa
portandovi clangore d’inerte solitudine
esistente e l’ebbrezza d’ogni morte e travasa
dall’alta recinzione l’inconscia moltitudine

ed è quasi picchiare con un’aguzza incudine
sulla testa di cielo la prigioniera evasa
oscillando pian piano nella similitudine
di labirinti al freddo di luna che si sfasa

nell’argento fremente sciolto in cima all’abisso
degli aghi conficcati dentro un sangue rovente
di vette abbandonate nel buio ove l’amore

dello sguardo ghiacciato come la neve e fisso
al centro del nonsenso profumava di niente
ogni luna ubriaca di quel suo alieno cuore.

Il mio sangue

Il mio sangue rinverdirà nei fiori
strisciando sulle tombe, incantando
nuda pietra, gli umani malumori
forzati alla preghiera, blaterando

il mio sangue ticchetterà nei cuori
con un manto di stelle, oscillando
in bellezza piano piano in colori
d’arcobaleni, non importa quando

verrà pioggia, quando l’ignota morte
unirà il germoglio al suolo celeste,
altro non bramo che il suo velo bianco

chino all’altare davanti alle porte
che girando a vuoto cambiano veste
alla mia vita come a un saltimbanco.