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Diagnosi

Avverto l’ebbra foglia sulla bocca
salpare nel silenzio. Non c’è luna
cui dire amore, la notte trabocca
dalla pelle crescendo. Si radunano
i gridi in punta alle dita, digiunano
i canti d’una sinfonia barocca.
Nell’addome un violino arde in ciascuna
nota rubata al cielo. L’oblio scocca
fulmineo al cuore un tenore profondo,
lo sparo romba più della tempesta
che fa vibrare sudari di stelle.
Tace di centinaia di trivelle
nel sangue l’aspro concerto, s’arresta
la percussione, m’uccide in affondo.

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Al mio germoglio

Anima tenue, spenta dal rumore,
può accenderti il silenzio delle foglie
che l’universo spara dritto al cuore
mentre ti culla e la morte t’accoglie?
Pallido fiore, colmo di pudore,
quale luna del vuoto che ti scioglie
ti dice mai cosa sia il nudo amore
che t’ubriaca, ma vita ti toglie?
Sordo narciso, chino sul ruscello,
ignori l’arsa voce che ti brama
quando ti dondoli e ridi allo specchio.
La trasparenza che ti fa sì bello
t’annega presto, la follia poi chiama
l’attesa fine d’un mito ormai vecchio.

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Un uomo è solo

Un uomo è solo e dalle scarpe toglie
le spine di un passato senza rose.
Nel dilatare del tempo le cose
sbiancano con i canti per le foglie.
La nebbia alluma il viaggio delle spoglie
a ciò ch’è oltre l’azzurro. Le ossa erose
ripulite da lacrime ed implose
scintillano nel buio che le accoglie.
L’autunno torna uguale e con l’inverno
scende il sipario, l’anima si gira.
La terra fredda culla un nuovo fiore
o il vecchio cuore? Di bellezza muore
già mentre un occhio stremato l’ammira
ma uno è chiuso alla luce dell’eterno.

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Un’esplosione

Udendo vibrazioni accartocciate
di sillabe sfocate, la tensione
fra me e le solitudini rubate,
annaspo in riva all’immaginazione.
L’acqua pettina nodi di truccate
schiume, scrivendo dentro l’emozione.
La trasparenza lava d’annebbiate
zone di piombo al cuore la finzione.
Si nutre fin nelle ossa l’anima arsa
da dubbi, bagna il fuoco d’una stilla
l’eternità che parla nella testa.
Si desta in morte la voce scomparsa
fra stelle, sugli alluci danza, brilla
con l’ipocentro sotto la tempesta.

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Oscillazione

Come sempre danzavo su rasoi
sfiorando emorragie di leggerezza
che scioglievano di nodi scorsoi
nuovo concime, la breve dolcezza.
M’allontanavo col senno di poi
da quel filo d’Arianna e l’amarezza
s’infilava nei dimenticatoi
di brividi trascesi alla bellezza.
La terra andava a fuoco ed io bramavo
eternità che mutavano in dèmoni.
Desideravo lento nella morte
l’immenso pregno di sangue, ma andavo
sparendo nelle fauci d’altri dèmoni
che premevano il grilletto più forte.

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Nota

Risento mie le ginocchia sbucciate
nell’antica nota di fango e cielo, montagne
nere più del silenzio
imperlate di timide falangi di luna
dire in ermetici gridi animali
il canto della terra e delle stelle, una civetta
dal verseggiare sì esile
confrontarsi alle cifre esponenziali
sbiancando dalle piume alle radici
nelle parole obliate d’un quaderno.
Camini accesi, tegole di pietra,
cenere e ragnatele sulle mani
in punta di piedi sporchi germogliavano
calpestando la viva
pelle nuda. Di madri e padri e figli
la temporanea pausa dall’usura.
Ottobre ispira la sinestesia
d’azzurro nelle ossa, ma un solido
tacere umanità, con l’assenza
nel rumore d’altri passi vicini, detta
nell’arida mente
della voce che scrive. La mia
solitudine in fiore li tratteggia
scuciti dal libretto in modo possano 
morire poi altrove, nell’appassita
voragine grigia.

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