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(E)spirare

Odo antichi tamburi – l’intervallo d’attesa
batte nel sangue canti perduti di un’oscura
selva d’uomini vinti, una verde distesa
di cielo moribondo, ove ogni mia frattura

nel lampo trova pace, ove la brace accesa
è fenice di stelle, ove l’unica cura
nasce tra siepi azzurre di parola contesa
nel brodo universale dell’eterna natura.

Entro me s’evidenzia, sussurrando, un fiato
della pallida luna sceso verso lo stagno,
un tagliente rasoio di fulminante luce

che la psiche baciata nella notte traduce
in esigui ruscelli, sulla tela di ragno
in un quadro di seta del suo calzare alato.

L’ugola della luna

Inno blues – ora allegro, ora lento,
posa l’oro sulle foglie e s’infuria.
Il mio giardino tace nell’incuria,
la mia casa il giaciglio che non sento,

come naviglio d’una notte spuria
che vaghi – né le stelle, né il cimento
serale della quïete, né il vento
d’uno sbadiglio che dica « penuria ».

Io non so che diamine sia l’amore
del quale parla a vanvera la gente,
né riconosco il taglio di dolore

quando le spade dall’occhio lucente
pungono i ghiacciai che innervano il cuore
nel suo batter fra squame di serpente.

Sogno

È la notte, m’include
– sulla tela d’un ragno
la mosca presto assume
la sembianza del manto
in cui poi muore.

Sento le anime nude
– la nebbia in cui mi bagno
mi priva del mio lume,
il tacito mio pianto
colmo d’amore

guarda l’altra palude.

Gli accenti sulla sesta

Mi si confà il martello nella forgia di versi
– un ampio frontespizio, un volo rovinato
su virgole di luce nel palmo d’universi
in mezzo a punti fermi, d’un crocevia sfaldato

il grido che s’eleva dal rumore incrostato
per la luna, sciacquando senza più trattenersi
ogni antica scrittura con il sangue sbiancato
la notte melodiosa di nuovi capoversi.

Mi si confà il ruscello di sillabe d’un lento
ossimoro di sensi, anime nella notte
in eterno dannate, l’eterno senza età

– mi si confà il vascello le cui ali di vento
dentro le polluzioni guidano vele rotte
in cerca d’una via per altra verità.

Non è una poesia

Non voglio salvarmi, non voglio
scomparire oltre le nubi, là stelle
aliene e distanti non sanno mai
di niente. Io voglio ustionarmi
perché è la morte di non esser nata,
è star in gabbia in un limbo
tutto grigio – le mie parole quasi
non escono. Un giorno forse
ogni mia lacrima schiantata
si farà pianta, m’aiuterà
a scivolare nell’ombra dei rami
prima del salto – ho paura, non circola
anestetico in vena. La mia corda
già inizia a prendere fuoco
mentre scendo al suolo, sto usando
i centimetri del nodo scorsoio
per calarmi in basso, tra i rami
e poi giù nella lava. Semino lacrime
perché alberi forti attutiscano
la caduta nell’inferno. Le foglie
sorrideranno all’incendio
da vicino, i fiori saranno neri
come la cenere espansa
nella notte di dio. Se la fiamma
mi bagnerà vivrò per essa,
t’avrò raggiunto.

Suona l’aurora

Annuso, nel mio cuore, esuli pellicani
che gridano diretti a nidi
cui mendicare cibo, immergendo le mani
in tenebre di sparsi lidi

– la memoria, le stelle d’un ciclo sospeso
annebbiano la mia riviera
di nutrimento priva, un sentiero scosceso
di sangue rinchiuso in galera

i cui vasi nervosi trovano foce in mari
di sillabe elettriche rosse,
un brodo primordiale lungo nuovi binari
già più distanti dalle fosse

comuni di membra desiderose
di risvegliarsi in un campo di rose.

Psicoterapia d’urto

La schiena storta
si contorce nel vento,
non la montagna.
Ruote svitate
di carrozza sospinta:
vola il cavallo.

Invito al ballo
la papera regina,
m’inciampa addosso.
Ciascuna femmina,
in tempesta ormonale,
nasconde l’uovo.

Va’ via, formica:
la briciola di pane
m’era caduta.
Sotto il tappeto
scheletri dell’armadio,
il mare a fuoco.

La cenere nel blu

Allungo ambo le mani, le ferite
tra i solchi delle dita, ma rosseggiano
ali crepuscolari, di falene
l’agonia musicale che s’invola

oltrepassando siepi rifiorite
nell’aia lucciolante, poi veleggiano
tardivamente altre ali, di sirene
dall’ululato folle alla gragnola

su tetti di civette, fra le vite
presto sacrificate – e spumeggiano
di già verso finali di catene
collaudate lettighe nell’aiuola

dei cuori infartuati, senza uscite
più in là del recinto, non lampeggiano
mai gli sguardi fatali sulle scene
perché non di romanzo o moviola

trattasi ma di storia triste e vera,
fotogramma d’un velo nella sera

che sì cara raggiunge le scintille
veloci della morte, le pupille

nel buio spalancato, una resa
senza medaglie e plausi, la mia cera
su parabrezza sciolta, la bandiera
d’altro dio, la tivù cerebrolesa

e se poi resto al filo d’oro appesa
fanno in tempo a incastrare nella presa

di corrente alternata dignità,
dal momento che ben poco si sa

di cos’accada davvero nel sogno
vegetativo di smarrita gente,
però sa quasi tutto e non si pente
l’ignoto uno sull’auto del mio sogno

truffatore di ciò cui più agogno
sul pedale del proprio fabbisogno

per aver accelerato di più
con il medio all’insù.

L’uomo dietro il fanciullo

Su di lui dorme un lago di farfalle
e gocciola oro dentro il nero cuore
fiammato che volteggia sulle calle
iperteso a stratosfere d’amore,

poi scende d’improvviso dalla sedia
svitata per un gioco di rotelle
incastrate nella tragicommedia
cerebrale danzante fra le stelle,

calpestando orme tintinnanti esperte
di quest’azzurra musica alberata
in lotta con le cicatrici aperte
lui scherza con la propria fronte alata

– tirando radici, ai ciuffi acerbi
per ora aciduli limoni imberbi.

Agli ormeggi, uomo

Ti scindi, una fitta poi t’assorda
– vai a fuoco in oceani d’ombre e canti,
pitturando il finale senza i guanti
le voci mormorano all’aria sorda,

da serpi t’avvolgono con la corda
stretta al collo silenziando i rimpianti,
lavando un’onta segreta di tanti
ti congedi da una terra balorda.

Fugge la vita asciugando il torace
– chiudendo l’umida prigione a chiave
vuole la morte trovandovi pace,

ride, piange e corre, si ferma, tace
ed è già passeggera d’una nave
il cui faro oltre la frontiera giace.