Le foglie torneranno più lucenti

Le foglie torneranno più lucenti
dopo l’inverno che da sempre osanna
il pigro dormiveglia delle genti
d’ogni paese. E la morte danna
chi tenti di sfuggirle, è la manna
dolce per bocca negli strazi lenti,
l’amare delizioso che t’azzanna
quasi leccando, configgendo i denti
nella sostanza rude delle piante,
la morbidezza lungo colli e seni,
l’espresso desiderio dei morenti
d’eterni sogni d’oro, il diamante
sugli occhi spenti, ogni colpo ai reni
per labbra sconosciute più lucenti.

A_simmetria

O donna, volevi la croce
con asfodeli tra le mani
e sangue esiliato a lontani
crinali d’oro, senza voce
partorivi le grida mute
d’orbite senz’alcuna stella
ed eri la serva e l’ancella
d’eternità misconosciute,
duchessa povera del dio
che posò l’arbitrio qual dono
ai casi umani, in condono
alla gente che del brusio
d’occhi che serravi mai fece
nulla, ma fece d’altri lumi
motivo di gara coi numi
scordandosi di te, invece.

La poesia è ispirata, in fase d’inizio, a Dolcezze di Sergio Corazzini, ma il suo contenuto, svoltosi man mano che i versi venivano impilati in successione, è radicalmente diverso, mentre in nulla somigliante è la struttura metrica. In comune hanno il triste giglio del cielo, dai versi del poeta. Ringrazio Isabella Scotti per avermi involontariamente suggerito questo particolare “esperimento sillabico”.

A Nadia

Mi gracidano le ali sulla schiena,
d’albatri liberati goffe piume
e aghi di ricci tondi sulla pelle
dilatano i miei pori chini a stelle,
a emisferi di cipressi e di fragole
tra le mie anse ingrigite, dentro il fiume
d’aria sciolta giocosi ciclamini
piangono sotto nuvole di pini
arcuati nel mio ventre forse gravido
di pazzia che un po’ spaura l’alto nume
resosi trasparente nei sentieri,
e valli e piante baciano misteri
dentro selvagge vene d’una rapida
vibrata in do maggiore, e il giallume
di petali nelle ali è rio lunare
un giorno nell’ottobre che mi pare
sempre più salmodiare
nell’azzurro inni sordi, labirinti
di matematiche o d’antichi istinti
che l’universo colmo
più non frena.

Errori e ghirigori

L’orto del mio antenato risparmiava
coltivando patate senz’allori
più amore per la terra dei tenori
salmodianti alla luna la cui bava
nel sangue dell’inverno non colava
che su panni di neve, al di fuori
d’agri tetti di pietra, nei pudori
muti e antichi di quelli capitava
esigue foglie secche non spazzate
non fossero altro che ori, messe d’arpe
o di cembali d’obbligo intonate,
filigrane di lusso già impagliate,
eppure il contadino senza scarpe
faceva magia vera con patate
cresciute declinate
nella saggezza d’uomo, ma sorgevano
sotto lune magre e lui piangeva.

Devianze

Non è luce, la luce
gocciata sul fogliame
è spazzata dall’uomo, passaporto di fame
in fila irregolare, addosso al cimitero
vagante per le città – chi lo sa, chi lo sa
se mai si sveglierà quel fantasma straniero
con barba e denti gialli
cui vidi un occhio nero.

Sorride la carcassa
di lampioni e fanali,
gra(da)sso portafoglio, addobbato di strass
come la notte già sulle camere a gas
dorata cantò « urrà, ché la morte verrà
nel mio stellato soglio » e poi di qua, di là
« un valzer empirà
i miei salotti e viali. »

« Chi lo sa, chi lo sa », non tutto finirà,
forse soltanto un dio
muore d’eternità
in ettari d’azzurro, con grande carità
e l’anima « di chi » mai più ritornerà
« perché poi » si vedranno votare sacerdoti
i popoli imploranti
costellazioni atroci

innalzate nel ventre fra le ossa d’elefante
di vinte civiltà
dal sipario sgargiante, teatro di bontà
inscatolate in cartoni bagnati
sotto i ponti crollati

alle devianze dell’umanità.