Dici che simulo la malattia
— a mente lucida. Non è salute
nel coagulo di grida la mia
anima spenta al lume di perdute
stelle oculari. Non è casa mia
il legno marcio di foglie vissute
disintegrate nel gelo, ma è mia
questa luna arsa di parole mute.
Il fruscio secco mi tempra in acciaio
sfamando la purezza adamantina
di cielo nell’addome, scioglie i nodi
scorsoi del palpito che svita chiodi
a una trave. La rosa d’ogni spina
profuma ispirandosi a tizio e caio
ma l’intimo ghiacciaio
rovescia dentro veleno dolciastro,
la paralizza riavvolgendo il nastro.

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