A stelle mute, vado a braccia tese
tastando rocce aguzze. Cieca
gioco alla meraviglia, insozzando con l’invisibile
i palmi teneri. Affilo il diamante ancora grezzo
contro l’asprezza del dissesto umano.
Nell’anima diroccata m’azzannano creditori
ed esattori che infiorano la cravatta.
Lenta lenta, dolce il momento, accendo
col sangue un riflesso azzurro ed emigra all’eterno
l’assenza che mi stritola le ossa
nel frullatore immaginario, coi profumi del cielo.
M’inebriano la pelle le spine, mi pizzicano
le orecchie i movimenti d’un re minore, mi sbucciano
le ginocchia le correnti, affinano
levigando il marmo la bellezza. Sono la luce
e l’ombra, tutto il fertile
coltivato, raccolto, mangiato e trasformato, in me
concima l’esistenza.

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