All’infinito

Non voglio riconoscermi, lo specchio
illumina pupille larghe, vuote
come nel sogno demente d’un vecchio
della giovane ebbrezza che percuote
membra aride e s’arrossa sulle gote
sussurrandogli indecenze all’orecchio,
e sono per l’asino le carote
le stelle negli oceani in cui invecchio
molle e smorzo diadema d’ossa prono
su fronti lunari, sguaiato sangue
di sillabe emigrate dentro il cielo
nel rumore, silenzioso frastuono
o intermittenza di luce che langue
nel flusso che lanciatosi oltre il velo
nutre l’eterno gelo
già nel battito gonfio incastonato
con spazzatura del buio dorato.