Dietro la scena

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Oscillazione

Come sempre danzavo su rasoi
sfiorando emorragie di leggerezza
che scioglievano di nodi scorsoi
nuovo concime, la breve dolcezza.
M’allontanavo col senno di poi
da quel filo d’Arianna e l’amarezza
s’infilava nei dimenticatoi
di brividi trascesi alla bellezza.
La terra andava a fuoco ed io bramavo
eternità che mutavano in dèmoni.
Desideravo lento nella morte
l’immenso pregno di sangue, ma andavo
sparendo nelle fauci d’altri dèmoni
che premevano il grilletto più forte.

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Nota

Risento mie le ginocchia sbucciate
nell’antica nota di fango e cielo, montagne
nere più del silenzio
imperlate di timide falangi di luna
dire in ermetici gridi animali
il canto della terra e delle stelle, una civetta
dal verseggiare sì esile
confrontarsi alle cifre esponenziali
sbiancando dalle piume alle radici
nelle parole obliate d’un quaderno.
Camini accesi, tegole di pietra,
cenere e ragnatele sulle mani
in punta di piedi sporchi germogliavano
calpestando la viva
pelle nuda. Di madri e padri e figli
la temporanea pausa dall’usura.
Ottobre ispira la sinestesia
d’azzurro nelle ossa, ma un solido
tacere umanità, con l’assenza
nel rumore d’altri passi vicini, detta
nell’arida mente
della voce che scrive. La mia
solitudine in fiore li tratteggia
scuciti dal libretto in modo possano 
morire poi altrove, nell’appassita
voragine grigia.

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Diagnosi

Avverto l’ebbra foglia sulla bocca
salpare nel silenzio. Non c’è luna
cui dire amore, la notte trabocca
dalla pelle crescendo. Si radunano
i gridi in punta alle dita, digiunano
i canti d’una sinfonia barocca.
Nell’addome un violino arde in ciascuna
nota rubata al cielo. L’oblio scocca
fulmineo al cuore un tenore profondo,
lo sparo romba più della tempesta
che fa vibrare sudari di stelle.
Tace di centinaia di trivelle
nel sangue l’aspro concerto, s’arresta
la percussione, m’uccide in affondo.

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