By Irene Rapelli

Un’appassionata di scrittura, che si diletta cimentandovisi: di continuo alla ricerca di forme d’arte con cui allietare la mia sete di meraviglia, la voglia d’esplorare l’universo, d’assaporare in profondità la bellezza, rovisto tra le pagine web in cerca d’autori in grado di sorprendermi e da cui apprendere gocce d’estro creativo.

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle a poco a poco rinfocola braci d’aironi cavalcati sotto pelle beccando dove siano più rapaci come nei più selvaggi, colmi baci d’esperte muse, di fertili ancelle i ciocchi che riattizzano fornaci pungendomi le grate, somme celle di parti moribonde, di note arse guarite in coma, ombre naturali di rimpatri all’azzurro la cui pace come la guerra nell’eterno tace truccata in bianco e nero, tra fanali d’incomprensibili parole e farse.

Lo sgabuzzino

Cancellando l’azzurro tra le scope subodoro la muffa, l’indistinto disturbo tra le cose, quasi sempre un dipinto di rose diplomate in vita con sei meno nella media, le spine non aguzze dell’ingegno veloci a riposare sulla sedia molestando le natiche d’eterno e vangando poeti, emigrati a stelle in dormiveglia come i preti, rispolverando la stessa manfrina ogni santa mattina, fino a sera quando spuntano i ragni sulle tele ricreando gusto per caso di mele nei traffici sfocati di giornata, interpunzioni dall’oltrenatura o cesure nel verde d’altri sensi negate nel pantano di chi veda già non molto lontano, in attesa della…

All’amore

O vecchio lampadario mio gocciato dal soffitto di valli nebulose, sei forse un’ombra nel sangue usurato dal troppo vento di sillabe afose? E anche se s’usa far crescere rose tra le spine dei versi, sta in agguato il tuo senso di morte, con le cose che nessun osa raccontar del fato. Ed io, mediocre, in silenzio quasi ti lascio nel tuo sonno, a rubarmi lo specchio della fiaba, la bruttezza spesso confusa con la piccolezza e l’ironia che punge e sa baciarmi nella bruma lunare d’una stasi.

Geometria breve

Già sai dov’emigrare — laghi verdi di foresta lunare, assodati se ti volgi alla morte, ma se perdi tutti i lumi {r}esisti fra iati di gocce rovinate, e bisbigli mal sopportate cose, forse lati di quadrature a cerchi, e sbadigli rispondono da allora, tuttavia li nutri quasi fossero tuoi figli perché l’ora verrà d’una magia e sarai ramo scintillante, vivo a ridosso dell’acqua, una scia in cui bruciare, ebete e giulivo come il bimbo che già sei nella vita che ti ha reso maldestro fuggitivo da quand’è stata nel rogo bandita.

Ozio

M’intrufolo nel buio con le stelle sputando sangue d’unghie nella mano, cedendo d’ogni poro contro pelle il solfeggio, l’ignoto quotidiano all’ambiente, a viuzze siderali dell’eremo fanciullo, ed è strano salire con le scale laterali filate dalle trecce della chioma di muse, querce, aquile senz’ali in stati vegetativi di coma, le penne rameggiate verso i cieli, le cortecce leggere, e mi domano fogliami raggrinziti, gli steli coniugati nel vento analfabeta, e sillabe estroverse e un po’ crudeli tempestano con fraseggi di seta gocciando addosso a me, sembrano il pane in briciole che segnano la meta, mi sembrano il saltello delle rane…

Lux aeterna

Spegnere tutte le luci e posizionarsi al buio assoluto. Dotarsi di dispositivo audio, come le cuffie, di qualità ottima e ascoltare il brano musicale, dopodiché proseguire a leggere. La marea cacofonica bisbiglia iati, mezzi toni, sfumature, lampi d’oscurità nel parapiglia dell’adulto, l’assedio di paure dissezionando vuoti, tra le ciglia l’inizio di matematiche pure o l’equazione nulla della griglia che figge nei celesti, sulle alture mappe e boschi di stelle troppo alieni vicini forse a bambini rapiti nell’incanto lunare che si gira sfasando idee, spaziosi sereni appena cedono sogni attecchiti dove la morte sposa si ritira.

A un tiro di schioppo

T’immagino bagnare latifoglie nel lunare complesso musicato dai cieli polverosi, lungo soglie finite con un gioco d’impiccato su taciti strapiombi dove ridi prima che le tue arterie siano ascese a forse caldi, sparpagliati nidi dal bosco collinare, quasi accese su un praticello d’erba dentro stelle cui vuoi unificarti, ossi e guanti di parti deviate, uno di quelle prima che il timido attore s’ammanti nella stagione eterna, vicini orti nell’ombra sacra della poesia manomessa salpando verso i porti da palpebre d’esilio la cui spia è il piccolo individuo già dannato nel sogno raro che l’ha denudato.

L’uomo del lavoro

Eri il tizio impicciato con la vita dentro corsie stravolte dall’urgenza, l’acquario in cui nuotavi poi da trota con statura media d’onestà e poi il motore spento sull’asfalto emigrato alle nubi sonnacchiose, ora sei solo un vecchio – in poltrona – i cui sogni non sono mai perduti ché perduto sei tu, dentro il tuo sogno.

Oscurità

Nessuno il grido pianto da bocche lunari, in mezzo a silenzi di cui si vestono nubi astratte appoggiate sulla mia nullità ai cipressi grinzosi senza gemme nel dedalo di buio d’ogni frastornata ansa colorata dalla psiche, mi pare quasi il reo passaggio di circuire rocamboleschi ciclopi fuggenti la poesia molteplice unità fissa su iati operosi, salmodiando di malate foreste per questo condannate com’Ulisse dopo i tronchi erculei a bruciare per sempre, straripando lungo il viaggio nella profezia scissa dentro la cecità.

La tua buccia è cruna di cielo

La tua buccia è cruna di cielo in un cumulo di macerie, in una meteora di grazia a precipizio sullo strapiombo dei disintegrati uomini che non credono in nulla, e come l’ago perfori le mie vanità cadute che tenevano sogni di terra allagata, e quando muori il pugno di stelle che nascondi s’apre a infinitesime creazioni ed esplodono nel palmo, alcune nascituri germogli scesi dall’olimpo di polvere, gli storpi e i pazzi gettati dal dirupo ai fondali marini di selve mortali, dove i tuoi pori fioriscono negli aranci e pizzicano gli stomaci caldi e le stagioni conservano il ricordo pallido…

Il bianco

Numeri in fila indiana sulla porta lasciano gli indumenti dignitosi e nudi innanzi all’uomo, bisognosi indossano la neve che supporta il meccanismo d’ogni patria morta sotto freddi lumini, sono sposi d’un silenzioso bianco, rumorosi piedi neri d’inverno sotto scorta e non v’è dio che salvi l’aguzzino dall’apposizione di quel sigillo, la fatica dei pasti che riduce velocità nel lavoro meschino, fiammate stellanti di gas, lo squillo dal filo spinato sotto la luce.

La montagna

Le fragranze dei pini martellano la casa portandovi clangore d’inerte solitudine esistente e l’ebbrezza d’ogni morte e travasa dall’alta recinzione l’inconscia moltitudine ed è quasi picchiare con un’aguzza incudine sulla testa di cielo la prigioniera evasa oscillando pian piano nella similitudine di labirinti al freddo di luna che si sfasa nell’argento fremente sciolto in cima all’abisso degli aghi conficcati dentro un sangue rovente di vette abbandonate nel buio ove l’amore dello sguardo ghiacciato come la neve e fisso al centro del nonsenso profumava di niente ogni luna ubriaca di quel suo alieno cuore.

Il mio sangue

Il mio sangue rinverdirà nei fiori strisciando sulle tombe, incantando nuda pietra, gli umani malumori forzati alla preghiera, blaterando il mio sangue ticchetterà nei cuori con un manto di stelle, oscillando in bellezza piano piano in colori d’arcobaleni, non importa quando verrà pioggia, quando l’ignota morte unirà il germoglio al suolo celeste, altro non bramo che il suo velo bianco chino all’altare davanti alle porte che girando a vuoto cambiano veste alla mia vita come a un saltimbanco.

Incipit

Mi stufo quasi d’argentei sonetti svolti come la rima altalenante semidecorativa dei quartetti d’un Vivaldi, il grido petulante in onomatopee degli archetti, il ricamo invernale un po’ a sé stante, la grande foga di quei poveretti esecutori del gallo ruspante, più che il trattore con la motosega vorrei il chirurgo con un’iniezione intrapsichica forsennata d’arte, esclamo spesso ‘ehi chissenefrega’ di scale tonali nella canzone, si provveda a stracciare questa parte incendiando le carte di poker secolari già caduti su assi nel gabinetto — e saluti.