Prima pietra

Lasciatemi cantare alla follia,
dare fuoco al mio sangue col tamburo
rapito al verde picchio sulla via
del sogno lunare, col passo oscuro
vibrante a polisensi del futuro,
poi linciatemi, illustre giuria,
se dell’altrui parere non mi curo:
da tempo brillo nell’aria natia.
Canto nell’ubriachezza della luce
coi piedi fermi al crocevia stellato
dove non temo di precipitare:
qui germogliano voci e si traduce
l’illeggibile simbolo spezzato
che s’usa rinchiudere nelle bare.

Il nido dei serpenti

È l’Africa. Il seno da cui nacque
la scimmia curva sull’erba bagnata,
il colle rigoglioso dove giacque
ogni donna pelosa, poi l’armata
diretta al nord polare a filo d’acque
nella strettoia perlopiù ghiacciata.
La testa bionda, si dice, non piacque
finché la pelle non si fu sbiancata.
La nostra specie è vana — rade tutto,
compresa la preistoria, la sapienza
di homo, emigrato, farabutto
a casa propria, dove un solo frutto
si distribuisce, in frode e coscienza,
ai miliardi d’un pianeta distrutto.

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle
a poco a poco rinfocola braci
d’aironi cavalcati sotto pelle
beccando dove siano più rapaci
come nei più selvaggi, colmi baci
d’esperte muse, di fertili ancelle
i ciocchi che riattizzano fornaci
pungendomi le grate, somme celle
di parti moribonde, di note arse
guarite in coma, ombre naturali
di rimpatri all’azzurro la cui pace
come la guerra nell’eterno tace
truccata in bianco e nero, tra fanali
d’incomprensibili parole e farse.

All’amore

Vecchio mio, lampadario gocciolato
dal soffitto di valli nebulose,
sei forse un’ombra nel sangue usurato
dal troppo vento di sillabe afose?
E anche se s’usa far crescere rose
tra le spine dei versi, sta in agguato
il tuo senso di morte, con le cose
svelate mai a nessuno sul fato.
Ed io, mediocre, in silenzio quasi
ti lascio nel tuo sonno, a rubarmi
lo specchio della fiaba, la bruttezza
spesso confusa con la piccolezza
e l’ironia che punge e sa baciarmi
nella bruma lunare d’una stasi.