Irene Rapelli

Germoglio di terra

Accarezzo le stelle conficcate
sulla mia schiena come incerte falci
e mi pizzicano arse e arroventate
i microcosmi, i suddivisi echi
sotto la pelle, le favole al vespro
d’immaginarie fanciullezze andate
alle morti d’un cielo dove nacqui
farfalla polverosa nell’estate
dell’universo, ma scisse e assemblate
in membra lasse d’un corpo finito
quelle parvero ben presto affamate
d’unità sostanziali, proibite
ali ebbre di silenzio tra le insidie
del mio rifugio, e scappando via
si ruppero in gran parte, e la luce
rinchiusa nell’interno fu la scia
che trascrisse l’indizio nel brusio
d’ogni spuntata gemma dentro l’io.

Essere fango

Amo baciare splendori notturni,
odio scordare con distici nuovi
il mio ritmo dell’anima fra le ombre
ma so fare di musica respiro.
Io fui la stella condotta dal vento
su questa terra di sordida morte,
io fui polvere, ebbra di silenzio
nello spazio brulicante e contento.
Screzi di luna, con fasi in pensiero,
erano fiore nell’ampio giardino
come l’amico vero o lo straniero
al bambino più saggio d’ogni tempo.
Oggi mi nuoce la brace interiore
dandomi schiaffi, continui, al cuore
di cui odio la rima, e non mento,
lo scalpello di tuono matematico
il cui magro viatico
è il lampo caldo, l’eco che arde sola
in pianti muti, gogne e abissi certi.
E i cieli invoco, mi vengano a prendere
prima che muoia l’arpa
senza cedere.