Irene Rapelli

Arcolaio

Odo aspri gorghi d’ira, venti e spine
pungermi sulle dita,
fantasmi d’ogni tempo proiettarmi
verso la cupola stellata ambita
e presto un volo senza senso o fine
circonda azzurri cui sacrificarmi.
Sto per addormentarmi
con lampi e tuoni, negli incubi ignoti
la fiamma dell’eterno mi seduce,
corrompe la mia luce
e penetra negli angoli remoti
e per quanto non nuoti
una forza mi spinge
al fondo d’oceani e, meraviglia,
con braccia sue mi stringe
la morte che arde in fiumi tra le ciglia.

Inconscio

I lampi esplodono alti nello spazio
ed io – fra loro – rubo la tempesta
e il tempo nero parla dello strazio
con dalie finte in stoffa nella cesta,
mio papà sulla tomba, la sua testa
già ferita da gocce e quindi il dazio
che la fiamma sottrae quando lesta
la sua morte mi leva, e ringrazio
sia la mera illusione d’una pace
a ondeggiarmi di fronte, non mio padre
genuflesso all’altare quasi vuoto
di banali persone, con la brace
che fu un incendio, con preghiere ladre
di bugie e gli occhi ardenti per la foto,
ma ciò che prima noto
è la tensione fra le stelle e il blu
dimenticarmi non urlando più.