A Nadia

Mi gracidano le ali sulla schiena,
d’albatri liberati goffe piume
e aghi di ricci tondi sulla pelle
dilatano i miei pori chini a stelle,
a emisferi di cipressi e di fragole
tra le mie anse ingrigite, dentro il fiume
d’aria sciolta giocosi ciclamini
piangono sotto nuvole di pini
arcuati nel mio ventre forse gravido
di pazzia che un po’ spaura l’alto nume
resosi trasparente nei sentieri,
e valli e piante baciano misteri
dentro selvagge vene d’una rapida
vibrata in do maggiore, e il giallume
di petali nelle ali è rio lunare
un giorno nell’ottobre che mi pare
sempre più salmodiare
nell’azzurro inni sordi, labirinti
di matematiche o d’antichi istinti
che l’universo colmo
più non frena.

Errori e ghirigori

L’orto del mio antenato risparmiava
coltivando patate senz’allori
più amore per la terra dei tenori
salmodianti alla luna la cui bava
nel sangue dell’inverno non colava
che su panni di neve, al di fuori
d’agri tetti di pietra, nei pudori
muti e antichi di quelli capitava
esigue foglie secche non spazzate
non fossero altro che ori, messe d’arpe
o di cembali d’obbligo intonate,
filigrane di lusso già impagliate,
eppure il contadino senza scarpe
faceva magia vera con patate
cresciute declinate
nella saggezza d’uomo, ma sorgevano
sotto lune magre e lui piangeva.

Devianze

Non è luce, la luce
gocciata sul fogliame
è spazzata dall’uomo, passaporto di fame
in fila irregolare, addosso al cimitero
vagante per le città – chi lo sa, chi lo sa
se mai si sveglierà quel fantasma straniero
con barba e denti gialli
cui vidi un occhio nero.

Sorride la carcassa
di lampioni e fanali,
gra(da)sso portafoglio, addobbato di strass
come la notte già sulle camere a gas
dorata cantò « urrà, ché la morte verrà
nel mio stellato soglio » e poi di qua, di là
« un valzer empirà
i miei salotti e viali. »

« Chi lo sa, chi lo sa », non tutto finirà,
forse soltanto un dio
muore d’eternità
in ettari d’azzurro, con grande carità
e l’anima « di chi » mai più ritornerà
« perché poi » si vedranno votare sacerdoti
i popoli imploranti
costellazioni atroci

innalzate nel ventre fra le ossa d’elefante
di vinte civiltà
dal sipario sgargiante, teatro di bontà
inscatolate in cartoni bagnati
sotto i ponti crollati

alle devianze dell’umanità.

Epicentri

Stranieri ignoti nel silenzio vanno
dove l’anima piuma li seduce,
la notte brucia lieve, baceranno
morti colme di pini in fiore, luce
sepolta in vette apicali, l’inganno
gemma al sole nei laghi, si riduce
la vista, cresce presto un sordo affanno,
l’edera dolce al seno, si traduce
il flauto inerpicato d’ogni nota,
brusio di stelle sbriciolato in bocca,
un’onda quasi quasi li distrugge,
lenta lenta la musica li svuota,
trotta veloce – la tempesta sbocca,
nei venti amanti forse più non rugge.