Ergastolo bianco

È spazzatura
del canto dorato nel sangue
il buio che germoglia
dall’ergastolo bianco. Ogni volta che
si rinnova la luna immaginaria
riassume pagine immense, firmando
il foglio vuoto con la cifra
esponenziale dell’assurdo
cielo che l’imprigiona in una gabbia.
La chiave è dolore
perduto a contemplare l’assoluto
niente ch’emana
profumo stinto di sfioriture uguali
nella vita e nella morte.

Anestetico in vena

Non so la luna cos’aspetti là,
là nello specchio che deforma il cuore
in un serpente viscido che sfa
l’anima attorcigliato nel rumore

di stelle circolanti, quando muore
l’eterno senza cielo, senz’età
d’una sfioritura monocolore
e non dialoga, non cresce, non sa

che tintinna nel sangue fulminato
il crepitare oscuro di tamburi
e foglie secche, l’amplesso dorato

nel grigiore dell’essere dannato
che maschera con un graffito muri
trasparenti di vetro sgretolato.

Illusione dorata

Il delirio che prude nelle dita
traduce un’improbabile allegrezza
dalla luna dolcemente sfiorita
al tremulo zufolare di brezza.

Il sogno mi desta come m’invita
alla quiete immortale, là spezza
la forma irreale, s’apre una ferita
fra la verità ch’è in me e la bellezza.

Là cosparge di sale, là tratteggia
nel cielo obliqui fantasmi splendenti
ed io li inseguo come fossi viva.

Mi trascina nelle sabbie, vaneggia
lo stesso tuono che brucia fra i denti
e si contorce già, prima che scriva.

Lettera breve al vuoto

C’è una luna
sfiorita nel quaderno, il morso letale d’un cobra muto
aggrovigliato al cuore, nell’eterno
rumore sublimato dall’acuto
gracchio sanguigno. Il passo infermo culla
l’ode fiammante. Ho giaciuto
a lungo con le stelle. All’esterno traspare
l’occhio incendiato, lo sputo
d’un pesco che dà frutti nella bocca. L’inverno gioca
controtempo, sento brina sciolta
dare respiro al cappio fulminato allo sterno, un amore assassinato
che ridesta violento
il polso freddo e dalle unghie trabocca.