Pesco cielo nel vaso mezzo vuoto
in cui gemmano foglie senza nome.
Annuso i profumi, il terremoto
m’entra nel seno – e poi nell’addome
la fioritura che avrà il mio cognome.
Sono un’orchidea rossa nell’ignoto
nella danza ammattita nelle chiome
degli alberi cifrati che piloto.
Sento i tuoni penetrarmi, la spina
risvegliarmi con stupore, l’arteria
curvarsi intorno al cuore e accelerare.
Sono anima di terriccio, la brina
cucita lungo l’orlo di miseria
ottenebrata dal tuorlo lunare
prima di sprofondare
con tutta la pianta nel precipizio
tra zolle che m’innaffiano l’inizio.

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