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Il rumore di fondo

Buondì,
mia cara analista.

Mi scuso per il ritardo: eravamo rimaste intese sul fatto che avrei dissertato sul cosiddetto “rumore di fondo”.
Penso che sia opportuno, per prima cosa, definire ciò che intendo: per me, il rumore di fondo è ciò che resta, nella persona, della percezione della risonanza generata dal subbuglio delle emozioni (siano queste ultime provocate dal mondo interiore oppure dalla realtà circostante), quando la persona in questione si sia abituata a uno stato di stasi nel ricevere segnali (interni o esterni) che possano provocare una reazione emotiva.

Secondo me, chiunque permanga in uno stato di stasi (che può essere l’isolamento perenne come la costante esposizione alle relazioni sociali) rischia che la propria risonanza emozionale s’appiattisca verso il basso, tendendo a zero: rischia, in altri termini, di non riuscire più a percepire la propria affettività, ma solamente una sensazione di vuoto.
Onde evitare quest’appiattimento, cioè per continuare a sentirsi vivere, la persona in questione, che sia un animale sociale o un eremita, deve riuscire a trovare un equilibrio tra solitudine e socialità.

Se, difatti, un individuo è in uno stato di solitudine protratta, come me, l’esposizione sociale, specie se brusca, ha per effetto quello di provocare una confusione dettata dal caotico affollarsi di risposte emotive agli stimoli della realtà; la confusione, a sua volta, esita in uno stato di paura che porta la persona a rifuggire le situazioni sociali; la solitudine protratta, in precedenza, aveva provocato nell’individuo di cui si parla un ripiegamento su sé stesso, un’immersione in un mondo interiore ch’aveva corrisposto a un’eccessiva sensibilizzazione.
Come le avevo già detto, calza il paragone cogli odori: se una persona s’abitua a non sentirne alcuno per molto tempo, in tal modo acuisce la propria sensibilità agli stessi, così da trovarsi stordita al primo violento contatto coi profumi del mondo esterno.

Tuttavia v’è, in astratto, anche l’esempio opposto. Una persona socialmente immersa può percepire la propria risonanza come rumore di fondo, per cui, per risensibilizzarsi nei confronti delle proprie emozioni, può ricorrere a due strategie opposte: la prima è d’aumentare sempre più la propria esposizione sociale, esattamente come la dose d’una droga, in modo da aumentare, man mano che s’ingeneri il rumore di fondo, anche la percezione della risonanza interna (quest’ultima, però, avendo tendenza naturale ad appiattirsi verso il basso, tende a essere percepita come costante, benché la “dose” sociale aumenti sempre più); la seconda è di diminuire l’esposizione sociale, in modo da risensibilizzarsi. La prima strategia è patologica; la seconda, invece, corrisponde all’istinto di tornare in contatto con noi stessi, creando spazi di solitudine: solamente quando quest’ultima diventa stasi si viene a creare un meccanismo altrettanto poco sano.

L’imperatrice

Fui concepita sul piano d’esistenza degli astri, come grumo di pensiero, dall’amplesso di due amanti che consumarono il loro tormentato amore durante la prima notte di nozze; era un’estate afosa e sudata. In quell’eterea dimensione tutto era emozione, colore, luce, flusso d’energie, di pensieri diretti alla mia mente senza l’ausilio imperfetto dei linguaggi parlati da individui composti da solida carne. I suoi abitanti erano come me: poco più che nuvole e invisibili ai mortali, dotati d’intelligenza ma senza scopo e sempre in attesa d’un segnale, d’una carica d’energia che avrebbe consentito loro di venire al mondo nel vero senso della parola. Alcuni di loro, però, accettavano di buon grado quel tipo d’esistenza e non aspiravano ad altro: vivevano nelle correnti dei fiumi, nella forza dirompente del fulmine, nel battito della pioggia scrosciante, persino nei cuori degli uomini. Erano il nucleo celato d’Eredroth, il “tutto che esiste”, il suo cuore inviolabile, il suo fuoco sotterraneo.

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La mela

Dopo un solo morso, l’effluvio dell’estate era dolcissimo, con abbondanza d’alberi maturi, dai frutti succosi, lungo le rive cantanti dell’allegro fiumiciattolo nei giardini. Ogni specie (dalla rana salterina e giuliva alla carpa che boccheggiava sul letto del corso, dal lupo ombroso alla timida pecorella bianca, dalla volpe astuta alla lepre fuggitiva, dalla capretta sognante al delicato filo d’erba che la prima non avrebbe mai mangiato) era in armonia con le altre, né aveva necessità di nutrirsi per fame, di bere per sete, oppure di costruire un riparo dal vento, dalla pioggia o dal troppo sole, né di nascondersi dai predatori in cima alla catena alimentare, né di coprire la nudità del corpo, né di costruire rifugi ove riposare. Non v’erano bisogni, né il giorno e la notte erano diversi tra loro, poiché i pensieri dell’uomo e della donna sarebbero bastati, da soli, a far comparire le stelle nel cielo pulito. Non v’erano odori sgradevoli, ma solo delicate fragranze d’ulivi in fiore. Non era morte, non era nemmeno vita. Suppongo tu abbia già compreso come fosse una noia immane per tutti, con l’aggravante di durare per sempre. Come il dipinto d’un famoso pittore: meraviglioso, immobile.

Non era il tutto, non era il nulla. Se non aveva luogo in cui esistere, era forse un pensiero nella mente del suo creatore, che girovagava dando origine ad altre creazioni, anch’esse pensieri. Se non esistevano arbitrio e libertà, allora ogni cosa era determinata dal pensiero che per primo aveva dato origine a un altro pensiero, ma i pensieri, tutti, dovevano per forza esistere all’interno d’una sorta di confezione chiusa, come la scatola nera, che non fosse influenzabile dall’esterno, affinché ogni pensiero fosse in grado di generarne un altro che si comportasse secondo un preciso schema di causa ed effetto, come voluto dal suo predecessore nella catena della mente. Se un pensiero avesse deciso d’uscire dalla scatola per farsi un giretto all’aperto, avrebbe trovato altri pensieri, oppure solo il vuoto, però, se effettivamente la scatola fosse stata autarchica e immodificabile, non avrebbe dovuto esserci nulla al suo esterno, oppure avrebbe dovuto trovarsi a così grande distanza da risultare irraggiungibile per mancanza di capacità di movimento. Se tutto fosse stato realmente immobile, pertanto, il tempo avrebbe dovuto essere fermo, o non avrebbe potuto esistere, oppure avrebbe dovuto scorrere con una lentezza esasperante. Qualunque pensiero, dal primo motore all’ultimo infinitesimo chicco, avrebbe dovuto rimanere fisso in un unico punto sin dai primordi.

Credo che l’errore di calcolo fosse insito nella possibilità, per tutti, di muoversi, quindi di generare istanti, diversi l’uno dall’altro, in successione continua. Gli urti tra i pensieri generarono a loro volta altri pensieri, che rimbalzarono fra le pareti interne della cella, finché non divennero tanto potenti da creare uno squarcio e generare una fuga, come la foce che sbocca nel mare. V’è un’altra ipotesi: che sia stato un urto proveniente dall’esterno a pungere la superficie fino a creare il buco, in seguito allargatosi fino a divenire voragine per via del crescente caos operato dalle collisioni.

Il fatto che la mente principale fosse un dio (o il dio) è un affascinante dilemma, che non m’interessa. Se gli uomini sono artefici del proprio destino, è proprio grazie al fatto che esistano al di fuori della psiche d’un qualsivoglia essere supremo — se, poi, il dio in questione esista sul serio, o sia un mero insieme vuoto, lo ignoro, ma può essere anche che l’insieme sia diventato vuoto per via della fuga attraverso la falla.

Emergono, però, alcuni aspetti interessanti: quella mente capace di generare nuovi pensieri al suo interno (i quali prendono vita propria e possiedono consistenza solida e immagine definita, all’interno dei confini prestabiliti, con inoltre l’abilità di scappare fuori dal recinto per andarsene a zonzo per i fatti loro) è in preda alle allucinazioni, in altre parole. Tutto torna: un dio – ammesso non sia invenzione o mera giustificazione del vizio elevata a somma virtù – deve essere necessariamente simile a un folle, perché solo nella mente del matto due più due fa cinque e non quattro, perché lì le regole sono liquide ed egli plasma la propria realtà senza rapportarsi all’ambiente. Difatti, se un pensiero vuole che due più due produca un certo risultato, nel paradiso terrestre tutto ciò si realizza in un batter d’occhio, anzi: non si realizza né prima, né dopo, né durante, perché ogni cosa è ferma, come nel dipinto, che rende felice chi si trovi al di fuori della sua cornice, ma mai il dipinto stesso, né i personaggi che lo popolano. Il pittore, creando l’opera d’arte, deve aver intenzionalmente inserito la capacità di muoversi nel suo quadro, oppure deve essersi dato da fare, in seguito alla realizzazione dell’affresco, per staccare i personaggi dalla tela e impiantarli su un’altra. Nel primo caso, li ha creati liberi fin da subito, nel secondo ha solo movimentato un po’ le cose, ma senza renderli autonomi. Comunque, ogni personaggio disegnatovi possiede un’esistenza propria, che scavalca le intenzioni dell’artista, racchiudendo molti più significati di quanti ne abbia voluti mettere, da principio, il suo poeta divino. Significa che ogni creazione, dopo l’impulso iniziale a esistere, possiede una natura più vasta dell’impulso stesso, come l’universo in espansione. Forse la scatola nera non s’aprì per errore, o per l’aumento dell’entropia, o per una qualche volontà superna, ma era predeterminata a determinarsi da sola. La definizione del pittore è il vero problema.

Il parlamento degli animali

Duecentoquindici anni addietro lungo la linea del tempo, un altro bosco d’una dimensione molto lontana da Eltair fremeva, marcio d’umidità: ancora piovigginava dal cielo sporcato e nascosto dai cirri ad altezze vertiginose, ma gocciole minute, catturate da giganti fronde, correvano leste nei canalicoli ricavati naturalmente dall’accostarsi casuale di foglie e ramoscelli per poi depositarsi in fiumare di fanghiglia dopo aver percorso la corteccia, oppure tamburellavano sulle teste di sfortunate formiche rimaste fuori all’aperto per qualche assurda ragione.
Il vento respirava docilmente, spruzzando altra acqua qua e là e deviandone il corso, inclinando la retta via della pioggerella autunnale.
L’immensa foresta echeggiava di vita pulsante: gli animali di taglia piccola, media e grande godevano del calore e dell’affetto delle proprie famiglie, rinchiusi in tane faticosamente costruite durante la stagione appena trascorsa, accucciati in maniera confusionaria; di tanto in tanto, un pigolio stridulo di prole affamata e infreddolita svelava la presenza di merli e d’altre razze d’uccelli, avvolti nei loro robusti nidi sulle sommità possenti ma ben riparate dei faggi; una lepre trotterellava in giro, in cerca della propria casa e del riparo dalle fiacche intemperie, ma, trovandola, finalmente sorrideva gioiosamente prima d’infilarvi il muso con vivace allegria.
Le foglie, la scorza esterna dei grandi, secolari faggi, le loro ramificate e sinuose legnosità, con addirittura gli arboscelli più modesti a proteggere l’erba piatta e sparuta, ma ancora verde, s’illuminarono di luce fiabesca quando le nubi, spazzate via dal venticello (che iniziava a rombare in un crescendo d’armonie, intonando la volontà dell’universo), abbandonarono il loro posto nel cielo per lasciarlo alle stelle: alle sempiterne, sempre giovani stelle che tutto osservano e tutto conoscono, ma nulla rivelano se non a chi sappia loro domandare con nel cuore la purezza e la saggezza del bene che vince sopra ogni cosa.

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