Aforisma centrale

L’azzurro nutre l’umana speranza
d’abitare campi vergini in pace

di melodiosi scenari ove tace
il rullo delle armi e la folle danza

degli universi annulla la distanza
tra le loro stelle e l’uomo incapace

di capire il nesso che grida e giace
nelle cose di comune sostanza.

(De)(se)lezione di civiltà

A freddo da serpente cambio pelle
in ambienti ostili alla mia realtà
mutando in squame vicine alle stelle
in fatto di parere una città

nel buio abitato da cose belle
tenute in piedi da elettricità
frusciante dentro sangue chiuso in celle
pilotate contro la verità

e mi sembra d’essere il guscio vuoto
pronto a mangiare il cuore del nemico
deformandosi per quell’occasione

in melma di fiume dal lento moto
dorato nell’ombra che maledico
con il mio stomaco in dilatazione.

Dissociale

Ti noto. Mi giro dall’altra parte,
sgancio venti centesimi di rame
forse bronzo, sempre boh, si riparte
rullando a tutto gas dentro lo sciame

difettoso su lastre di catrame
in cui fai le veci del fermacarte
di mobili di lusso, un rottame
d’antiquariato posato in disparte

quasi obbligato a restare silente
nella gazzarra dell’appariscenza
così che con l’invisibilità

si restauri il graffito marcescente
preda d’una feroce pestilenza
della mia decaduta civiltà.

All’infinito

Non voglio riconoscermi, lo specchio
illumina pupille larghe, vuote
come nel sogno demente d’un vecchio
della giovane ebbrezza che percuote

membra aride e s’arrossa sulle gote
sussurrandogli indecenze all’orecchio,
e sono per l’asino le carote
le stelle degli oceani in cui invecchio

molle e smorzo diadema d’ossa prono
su fronti lunari, sguaiato sangue
di sillabe emigrate dentro il cielo

nel rumore silenzioso frastuono
o intermittenza di luce che langue
nel flusso che lanciatosi oltre il velo

nutre l’eterno gelo
già nel battito gonfio incastonato
con spazzatura del buio dorato.

Caduta nel fiume

Il pigolio di torrenti increspati
da vicino nel mormorio sommesso
all’ombra d’un casuale cipresso
nutre le stelle di vuoti malati

dell’amaro scoppiettante riflesso
in cui l’urlo di paradisi amati
m’intrattiene d’universi bruciati
ottusi nel loro brusio perplesso

e nel dondolio d’occhi mantenuti
al limite di consapevolezza
agli spazi immaginari perduti

nella lunghezza di brevi minuti
volge il sorriso della compiutezza
annegando cogli ultimi saluti.

Mea culpa

Scrivo attorcigliando nastri di seta
attorno alle cose più singolari,
appigliandomi ad insidiosi fari
di sillabe ferenti la segreta

compassione attraverso pori alari
d’una pelle sciolta come la creta
nella follia di cui sono il teoreta
inchinatosi supino ad altari

di tremolante eterno, la mia meta
scorrente in interstizi antiorari
di pensiero annegato dentro mari
in cui muoio semianalfabeta

tenendo accesi brevi focolari
d’immortale preghiera irrequieta
volta alla notte d’oro del poeta
cadutomi dalle conche oculari.

Psicosi

Ho bisogno di mangiare la terra
inzuppata di lacrime dorate
smarrite e per sbaglio precipitate
dal ciglio della luna che si serra

e con la falce calata poi sferra
un sorriso di scherno alle inferriate
di queste mie palpebre innamorate
d’azzurri ove muoiono senza guerra

liberi e solitari personaggi
d’una vita nell’immaginazione,
solo per accorgermi siano ostaggi

d’una collettiva allucinazione
di tante me — i serpentini raggi
avvolti nel sogno attorno al mio clone.


Domenica, 16 settembre 2018

Aggiorno l’articolo, per inserirne la traduzione in spagnolo di Vicente Vives, che ringrazio, basata su una precedente bozza, che invero differisce assai poco dall’attuale: trovate l’originale qui.

Psicosis

Necesito comer la tierra
empapado en lágrimas de oro
perdido y accidentalmente precipitado
desde el borde de la luna que se aprieta
y con la hoz caída entonces sferra
una sonrisa de burla en la barandilla
de estos mis párpados enamorados
d’azzurri donde mueren sin guerra
los personajes son libres y solitarios
de una vida en la imaginación,
darse cuenta de que son los rehenes
de una alucinación colectiva
de muchos yo, los rayos de serpiente
envuelto en el sueño alrededor de un clon mío.

Carcasse dogmatiche

Spreco frasi, risate e primavere
appartenenti al lontano passato,
vedo le fioriture di nuove ere
appassite già prima d’aver dato

humus alla terra: s’è consumato
un ciclo distruttivo contro schiere
di numeri senza nome, un prato
di tombe e d’insanguinate bandiere.

Vedo persone nel rumore bianco
di questo tempo amaro sentinelle
feroci come le camere a gas,

vedo la gente radunarsi in branco
e corpi che svolazzano da ancelle
verso la morte vestita di strass.

Parco giochi

Non vengono da sole
stanotte le parole
così vomito aria fritta in bocca
creando impertinenti volumi
in gara coi rivali lumi,
quando poi la sostanza trabocca
capovolgendo azzurri campi
di verità dal profumo agro
il cui raccolto magro
pende sulla mia testa
come pende il mio cappio,
un’altalena lieve
su cui m’adagio scherzando tronfia,
la mongolfiera breve
che prima o poi si sgonfia.

Il grande sparo di cannone

È finta quiete in cui riposare
il caos dentro le neonate braci
— lo starnuto di comuni allergie
del naso divino, il naufragare

in un bicchiere d’acqua quasi pieno
rischiando l’evasione da un confine
di vetro divisore di pattume
straripato più tardi nel rio ameno

del marasma co(s)mico universale
con un botto di capodanno: toh!
È l’ammissione con un vero boh
d’inossidabile ignoranza anale

il peto gigante che sparse attorno
particolato d’atmosfere morte
le quali presero strade contorte
finché la torta non uscì dal forno

e ciò che noi crediamo sempiterno
è miasma di stelle

sputato dall’interno.

I quasi morti

Senza respiro canto silenziosa
sopra una nuvola rosa, lì tace
la pressione e l’atmosfera affannosa
di formicaio saltellante e giace

il brio musicale d’incerta cosa
ed è come le farfalle la pace
posata sulle labbra della rosa
spalancata nella stellante brace

rinata dalla gola in vibrazione
e da una persiana intravedo azzurri
d’urticati scorci della mia vita

dirigersi verso pausa infinita
nel basso in cui si trovano sussurri
replicare la solita canzone

con la verve di barbone
arraffando briciole d’emozione.

Giro di boa

Tu sei felice e bruna, o mia notte
d’usignoli volanti ebbri di canto.
Sotto la tua coperta s’ode il pianto
degli amanti le cui membra sedotte

con alito di stelle e disincanto
tu dirigi al piacere verso rotte
che il momentaneo oblio subito inghiotte
nel battito smorzo di cuore affranto,

quando il silenzio bisbiglia a gran voce
di mendicanti la cerca di pace,
quando l’universo stesso traduce

l’eterna armonia nell’attimo atroce
d’oceanica morte, quando tace
la bellezza che fuggendo seduce,

quando il tempo ricuce
il senso profondo della mia luce.

Es-tesi

Semino nell’orto frutti rubati
a scrittori di grandi querce d’oro,
domino istinti non incanalati
in cestini di rametti d’alloro,

isolo ombre, punti e nembi dal cielo
raccogliendone l’armonia, li sfioro
quasi quasi, imprimendo sul telo
echi informi in macchie e il fiume sonoro

va nel rumore dell’inconsistenza
ai piedi di qualche capolavoro,
e sebbene innaffi con insistenza
sono pomodori e non pomi d’oro

gli applausi alla mediocre insalata
che prude al bordo d’una statua beata.

Bei sogni

Un gabbiano dorme sulla scogliera
racchiusa nelle orbite d’un fanciullo
e lo sguardo come la luna nera
traversa spazi immensi, quando il rullo

frantuma le nuvole con la luce
di musica sciabordante, traspare
un fulmine e la notte si traduce
da stelle immaginate a fuoco, pare

la terra cigoli piano, poi forte,
vibrano le tegole delle case,
un gran fracasso sbattuto di porte,
il fanciullo non termina una frase

inchiodata al suolo come le ruote
d’una sedia per le meningi vuote.

Adagio

L’anima del mondo, un crepitio
interno alla roccia: dopo ogni canto
di vento, siepe e mare, un brillio
tra le ciglia, la mia notte e il suo pianto

di stelle, l’infinito moribondo
nello sguardo perso oltre l’orizzonte
e il vecchissimo giro giro tondo
di pianeti attorno al sole oltre il monte

bisbigliano cose sull’altra riva,
su quella ch’è specchio d’eterno nulla
in cui mi lascio andare alla deriva,
la dolce, chiara, sempreverde culla

il cui grembo partorì questa terra
che al cielo in seguito dichiarò guerra.

Destino

L’albero della conoscenza muore
se qualcosa si rabbuia all’interno,
negli incavi nevrotici d’un cuore
le cui radici crescono all’esterno,

dall’azzurro al torace risuonante,
e i fiori dei suoi rami siamo noi,
formiche nell’universo danzante,
più spesso vermiciattoli che eroi,

ed è sangue la terra in cui viviamo
e con ciò che ci scorre nelle vene
bagniamo l’eterno, gettando l’amo
verso l’immenso oblio le cui catene

ci vincolano a calpestare il suolo,
bramando invece di spiccare il volo.

Genere umano

Tutti parlano, parlano, parlano.
L’ininterrotto ruscello di verbi
inonda campi di grano che pochi
devoti al genere umano seminano,
invade case d’amianto o cemento,
idillici cespugli in mezzo al nulla,
distrugge villaggi africani, tetti
di paglia, grotte di sapienza antica,
l’anima bulla sui lucidi schermi,
ma soprattutto l’alito cattivo
uccide le fioriture selvatiche.
Ciascun trotta, trotta, trotta
come uno dei tanti vecchietti imberbi,
s’abbandona a schifosi ansiti rochi
nella cerchia di quelli che dominano,
si rende cieco dietro al paravento
della sua vanagloriosa aria grulla,
distrugge nuovi ebrei in miseri ghetti,
pazzi innocui con il culo all’ortica,
dentro gli frulla l’odio per gli inermi,
ma sopratutto saltella giulivo
pestando le sue carcasse dogmatiche.
Se ognuno tace, nel silenzio giace
un urlo antiumano, non v’è pace
per costui.

Trapassato

Un crepitio ossimorico sentivo
sciogliersi nel mio sangue, un rasoio
sensuale nell’ombra d’un firmamento
di sillabe di tamburi impazziti,

un cuore malato che mi teneva
sospesa alla morte degli infiniti,
una frattura dentro le catene
che mi risciacquavano nelle vene

l’ergastolo di dolori cuciti
sulla pelle come i rovi e le siepi.

Amore

Salpa nel caos d’oceani d’inchiostro
quest’urlo dai baluginii soavi,
specchiatosi nel riflesso di mostro
l’ego divisosi in flotte di navi,

socchiuso tra vele, spiegate e nere,
lungo taglienti rasoi nell’azzurro
di climi ostili, oltre le barriere
l’ininterrotto a me caro sussurro

volto alla patria della meraviglia
di versi, dell’umano presentire
divini silenzi impressi alle ciglia
d’una morte venutami a rapire

nell’ora in cui approdo nella baia
in cui io taccio vile parolaia.

Clessidra

La sabbia scende piano, già corrode
colonne erculee, oltre confini
di sapienza che a me non fu concessa

e il mio sangue rancido, senza lode
s’interseca dove chini e supini
ladri di conoscenza non ammessa

in aule paludose della frode
si lordano mani come bambini,
come vermi con l’unica promessa

che stelle decadute nelle mode
spalancheranno gli oscuri acquitrini
dove sta la verità più complessa.