Poesie

Il diritto abortito

Seppi di te finita. Il tuo calice
dischiuso fra le mani era una chiocciola
in fuga al trotto nelle danze stridule
di Arnold Schönberg. E forse ti schernivano
grugni miseri e sorrisetti asettici
e moniti e proverbi più canonici
delle gonnelle impazzite per Mozart
su Radio Maria. Piluccavi cielo
dalla scala a spirale fra le dita
nel segreto dei palmi. Più degli alberi
con la fame abbracciavi il siderale.
Più degli uomini percorrevi il viale
che se è vero è verde solo al termine.
Acceleravi sempre più la corsa
quando segugi alle porte di casa
bussavano per la cannula in plastica
su per il naso perché non mordessi
ed il cerotto perché non strappassi
al medico ricette per estinguere.
E nella musica di nessun senso
di popoli ignoranti per la vita
ti sanguinava pelle ricucita
ai polsi dove braci e cicatrici
s’incantavano al vuoto fra le stelle
di cui bramavi l’anima di polvere
se ti nascondevi dietro la luna.
In stupro al fatto comune esigevi
silenzio nell’arrocco della fuga,
semitoni e microtoni e pallottole
a scrivere memorie sull’abisso
per ogni spillo ficcato nel timpano.
E sorseggiavi nettare di tempo
ingurgitando le ore che mancavano
al grande salto verso il temporale
e poi morivi l’ennesima volta
per colpa d’ogni parola anoressica.
E nel letto finale l’agonia
ti completò l’adolescenza svolta
nell’esiguo spazio del tuo abitacolo
e fu che quelle con cui già rimavi
ti presero dove alberi lucevano
oltre le siepi tutte in cachessia.
E là fosti libera con te stessa
e un gatto cui desti l’eutanasia.

Allucinosi

E foglie in carne e ossa vanno per ombre chiare
e forse qua ne scorgo poco se non le bare

dove la luna canta l’infinito a qualcuno
scevro della paura che blocca mai nessuno

ed è la morte amante truccatasi di luce
ad incontrarmi forse. E la mente produce

le dissonanze in ceppi trafitte dentro l’io
psicotico nel fango perché del suo brusio

non importa al pianeta, anzi quasi mi pare
d’esserne la candela o il vecchio al casolare

abbandonata al monte fra lucciole in raduno
che sbirciano me sola dare musica all’uno

e la voce drogata per le sterpi traduce
prima di gesti estremi. E la notte non cuce

ferite nell’amplesso freddo del suo brillio
che furono lo scherzo d’un fantasma già mio.