Poesie

Gra grà

Le rane saltano
con gran fastidio per lo stagno,
l’obbligo di spostarsi di ninfea in ninfea,
di masso in masso, abbarbicandosi
nei punti d’appoggio.

— Possono le rane
sollevare il mondo su un perno? —

Infelici di grilli, vermi, pesciolini
ruttano, inghiottono, deglutiscono.
Si tuffano nella fiamma gelida della pozza
talvolta non si sa bene perché
se non per giocare, morendo vittime
di predatori più grandi.

Gra grà — dice la rana.
Cra crà — risponde qualcuno.
Sei una rana anche tu? — domanda
nel codice delle rane. Non parla il corvo
se non dopo averla beccata, digerita
ed evacuata.

Qualcuna si mimetizza
o fugge. Ci sono agnelli rane e lupi rane
nella stessa medaglia.
Destino è saltare, arraffare
briciole di stelle, l’anima di polvere
incarnata nel cibo.

— Che senso ha
essere uomini, quand’è più comodo
se non uguale, più uguale,
essere rane? —

Come bombe
si salta in aria, le orme segnate
da un salto all’altro.

— Cosa c’è
oltre lo stagno? — c’è chi gracida
nel fiore della gioventù.
— L’universo è lo stagno — sbottano
le rane con la gobba.

Mangiare, scappare, figliare
in codice si traduce sempre con un
— Gra grà.

Stasi

Ricordo i fuochi accesi in ciglia bionde
nel cielo naturale dell’infanzia,
l’azzurro mare calmo di bonaccia
in cui mi dondolavo,
le fronde, le pinete, le montagne
e il sole scomparire dietro gli orli,
le falangi ghiacciate tra le foglie
in cui m’abbandonavo.

Le stelle mi parlavano dell’alba
svanendo lente lente alla mia vista,
guarendo piano piano ogni dolore
ed io mi dondolavo
leggendo ad alta voce le poesie
all’amico scomparso nella bruma
e separavo il futuro da soglie
al tempo non bramavo.

Tornando nello stesso luogo asperso
vedo il sole fugace distanziarsi
incapace di narrarmi le fiabe
in cui mi dondolavo
e mangiando lo stesso pane dolce
nulla mi sovviene poi, non la vita
o l’amore per essa, non la morte
come l’immaginavo.

Cercando i grembi lunari, le tombe
e i nomi vecchi, scintillano quasi
le lacrime, le giade del mattino
ed io mi dondolavo
ai tempi ignari delle trecce d’oro.
Adesso nulla canta il mio dolore
se non ripetizioni sonnacchiose
d’un imperfetto -avo.