From Poesie

Sogno

È la notte, m’include – sulla tela d’un ragno la mosca presto assume la sembianza del manto in cui poi muore. Sento le anime nude – la nebbia in cui mi bagno mi priva del mio lume, il tacito mio pianto colmo d’amore guarda l’altra palude.

Gli accenti sulla sesta

Mi si confà il martello nella forgia di versi – un ampio frontespizio, un volo rovinato su virgole di luce nel palmo d’universi in mezzo a punti fermi, d’un crocevia sfaldato il grido che s’eleva dal rumore incrostato per la luna, sciacquando senza più trattenersi ogni antica scrittura con il sangue sbiancato la notte melodiosa di nuovi capoversi. Mi si confà il ruscello di sillabe d’un lento ossimoro di sensi, anime nella notte in eterno dannate, l’eterno senza età – mi si confà il vascello le cui ali di vento dentro le polluzioni guidano vele rotte in cerca d’una via…

Non è una poesia

Non voglio salvarmi, non voglio scomparire oltre le nubi, là stelle aliene e distanti non sanno mai di niente. Io voglio ustionarmi perché è la morte di non esser nata, è star in gabbia in un limbo tutto grigio – le mie parole quasi non escono. Un giorno forse ogni mia lacrima schiantata si farà pianta, m’aiuterà a scivolare nell’ombra dei rami prima del salto – ho paura, non circola anestetico in vena. La mia corda già inizia a prendere fuoco mentre scendo al suolo, sto usando i centimetri del nodo scorsoio per calarmi in basso, tra i rami e…

(E)spirare

Odo antichi tamburi – l’intervallo d’attesa batte nel sangue canti perduti di un’oscura selva d’uomini vinti, una verde distesa di cielo moribondo, ove ogni mia frattura nel lampo trova pace, ove la brace accesa è fenice di stelle, ove l’unica cura nasce tra siepi azzurre di parola contesa nel brodo universale dell’eterna natura. Entro me s’evidenzia, sussurrando, un fiato della pallida luna sceso verso lo stagno, un tagliente rasoio di fulminante luce che la psiche baciata nella notte traduce in esigui ruscelli, sulla tela di ragno in un quadro di seta del suo calzare alato.

Suona l’aurora

Annuso, nel mio cuore, esuli pellicani che gridano diretti a nidi cui mendicare cibo, immergendo le mani in tenebre di sparsi lidi – la memoria, le stelle d’un ciclo sospeso annebbiano la mia riviera di nutrimento priva, un sentiero scosceso di sangue rinchiuso in galera i cui vasi nervosi trovano foce in mari di sillabe elettriche rosse, un brodo primordiale lungo nuovi binari già più distanti dalle fosse comuni di membra desiderose di risvegliarsi in un campo di rose.

La cenere nel blu

Allungo ambo le mani, le ferite tra i solchi delle dita, ma rosseggiano ali crepuscolari, di falene l’agonia musicale che s’invola oltrepassando siepi rifiorite nell’aia lucciolante, poi veleggiano tardivamente altre ali, di sirene dall’ululato folle alla gragnola su tetti di civette, fra le vite presto sacrificate – e spumeggiano di già verso finali di catene collaudate lettighe nell’aiuola dei cuori infartuati, senza uscite più in là del recinto, non lampeggiano mai gli sguardi fatali sulle scene perché non di romanzo o moviola trattasi ma di storia triste e vera, fotogramma d’un velo nella sera che sì cara raggiunge le scintille veloci…

L’uomo dietro il fanciullo

Su di lui dorme un lago di farfalle e gocciola oro dentro il nero cuore fiammato che volteggia sulle calle iperteso a stratosfere d’amore, poi scende d’improvviso dalla sedia svitata per un gioco di rotelle incastrate nella tragicommedia cerebrale danzante fra le stelle, calpestando orme tintinnanti esperte di quest’azzurra musica alberata in lotta con le cicatrici aperte lui scherza con la propria fronte alata – tirando radici, ai ciuffi acerbi per ora aciduli limoni imberbi.

Agli ormeggi, uomo

Ti scindi, una fitta poi t’assorda – vai a fuoco in oceani d’ombre e canti, pitturando il finale senza i guanti le voci mormorano all’aria sorda, da serpi t’avvolgono con la corda stretta al collo silenziando i rimpianti, lavando un’onta segreta di tanti ti congedi da una terra balorda. Fugge la vita asciugando il torace – chiudendo l’umida prigione a chiave vuole la morte trovandovi pace, ride, piange e corre, si ferma, tace ed è già passeggera d’una nave il cui faro oltre la frontiera giace.

L’ugola della luna

Inno blues – ora allegro, ora lento, posa l’oro sulle foglie e s’infuria. Il mio giardino tace nell’incuria, la mia casa il giaciglio che non sento, come naviglio d’una notte spuria che vaghi – né le stelle, né il cimento serale della quïete, né il vento d’uno sbadiglio che dica « penuria ». Io non so che diamine sia l’amore del quale parla a vanvera la gente, né riconosco il taglio di dolore quando le spade dall’occhio lucente pungono i ghiacciai che innervano il cuore nel suo batter fra squame di serpente.

Incidente d’amore

I nomi sull’asfalto creano fiori più rari di candele e salmodie vissute nel sagrato d’una chiesa e non sono poi che le gocce ardenti piante dai cieli neri, i bagliori ossimorici storpi nelle spie lampeggianti allo specchio, la sorpresa di capire davvero ciò che senti dietro la pellicola, i cui pori s’aprono a dissestate gallerie di complici autostrade, quando pesa l’azione trapassata, quando menti disteso sulla pietra, re di cuori giunti prima di te nelle corsie, quando si spegne l’altrui cinepresa e resti l’attore solo d’eventi mai più dimenticati e cacci fuori antiche tue paure, le afasie, la boa galleggiante…

Evidenza naturale

Maledico il mio fato, già che in alto librasi l’ala d’oro, solitaria fiammante eco selvaggia, dallo spalto ai mortali vietato, e nell’aria la sua parola verde mi sottace, e brulica lo stormo, ancorato nel proprio basso fondo, né mai pace sosta sulla riva, né lo iato vestitosi da amore nella morte silenzio mi concede, né la fame m’offre l’azzurro pane, né le corte mie ruvide ali intendono lo sciame lanciatosi nel vuoto con le stelle, né l’inferma verità sopra quelle.

Un disagio inerziale

Che gioia, il viavai quotidiano è l’erba plasticata del vicino, l’ipocrisia nelle strette di mano del bar, un chiacchiericcio babbuino – non il principe in cerca della rosa né l’aia dai silenzi invalicabili, né l’uomo abbandonato dalla sposa a caccia d’altri sogni inaggirabili. È la suola forata nella pozza seguita da un plurale di risata, il portafogli vuoto che si strozza quando il creditore esige la rata. È l’usura di tempi ormai stellati, la semina di morti ormai calati.

È l’ora del blues

È pigolio su diesis e ombra d’arte, è mormorio di tasti usati piano, un silenzio di colore la parte, agilità disattesa di mano. È crepitio di spazzola sottile con lo strazio dell’ardimento nero, un ululio mosso a una luna ostile, l’uomo del sogno casomai straniero, un cielo dalla tristezza flautata – già s’inerpica in mezzo al blu di stelle l’edera musicale innamorata d’un vespertino lamento di quelle e intanto morde e s’eleva di più l’inedia attiva contro ciò che fu.

La musica nei versi

Qui regna un re di violini stonati, addentro a lunghe e fantasiose stringhe l’elettrocardiogramma d’agitati, qui giace un controtempo di lusinghe nell’ora al trapezio di verdi fiati, qui tace un firmamento di raminghe stelle addentro agli occhi meravigliati, qui muore la poesia di siringhe dopate al veleno dell’esistenza, qui l’eco s’è arrampicata su vetri soltanto per raggiungere più in alto il posto ove rubare l’ardua scienza di sillabare sugli antichi metri a morti svegliati di soprassalto.

Il sigillo cieco

Dolente vai su barca con un cargo di stelle, uomini appena colti per l’orto della vita, là fiori capovolti senza più le stampelle rinchiusi a doppia chiave si fanno una dormita e tu solinga morte non saprai mai se quelli che porti in alto ascoltino l’ambita libertà né guardi i loro volti annegati di luce sulla terra riarsa che li rinverdirà, né distingui da loro il guano, né l’oro sulla strada impervia e diritta che tracci avanti e indietro.