Accatasto i rifiuti
dell’utero di cielo, strappo e brucio
con la luna sulla punta del dito
note sull’invisibile, l’effimero
giardino eterno, la violenza
oltre recinti di cristallo.

La torre di marciume
emana dolore sbiancato, disegna
nel silenzio degradato, come sott’acqua
il viso cereo d’un annegato, impregna
di poesia traumatica il cuore
parallelo alle labbra.

La notte circola, scollega
dalle mani come una vecchia pelle
il lenzuolo di stelle sbeccato, dallo scarico
l’infinito azzerato
che libera nel sangue il corvo
prigioniero in una gabbia.

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