Odo antichi tamburi – l’intervallo d’attesa
batte nel sangue canti perduti di un’oscura
selva d’uomini vinti, una verde distesa
di cielo moribondo, ove ogni mia frattura

nel lampo trova pace, ove la brace accesa
è fenice di stelle, ove l’unica cura
nasce tra siepi azzurre di parola contesa
nel brodo universale dell’eterna natura.

Entro me s’evidenzia, sussurrando, un fiato
della pallida luna sceso verso lo stagno,
un tagliente rasoio di fulminante luce

che la psiche baciata nella notte traduce
in esigui ruscelli, sulla tela di ragno
in un quadro di seta del suo calzare alato.