Emozione

Ti vorrei germoglio sbocciato
fra le crepe di valvole in pietra
e tremo di gioia al pensare l’alba
dal labbro in fiore nel muro
intonaco sopra la morte
nel tempo deviato.
La luna t’invidia la chioma fulgendo,
il sole ti rama com’eri
e come sei ora, ranuncolo argento.

Foglia a ridosso del fiume
nelle rocce nodose del letto
ti curvi per bere la fiamma,
le essenze amare e pungenti,
e persiana dischiusa al possibile
senti profumi
potranno mai, mai scaldare l’azzurro
più spesso in arterie
che in piante dall’ispido cuore di legno.

Domanda se l’uomo sia sterpi
o infinito, domanda se i lupi
facendo la corte all’agnello fanciullo
sian come te, o dei mostri
e rispondi veloce al quesito
ti pongo dal baratro.
Sei l’albero marcio alla radice?
Oppure finzione teatrale?
Il servo di più discordanti padroni?

La prossima scena allestisce
il torrente dell’odio
e quasi corrompe la notte oscurata da te
nel cielo sfitto di nuvole.
Ti cerco al crocevia sfaldato
da fronde selvagge
e rami fantasmi ti vedono ancora
nei lembi bagnati di tenebra,
in culle oscillanti di nidi d’uccelli.

Non è meglio farsi animale
della fame immensa che oltrepassa
le frasi non dette da noi nei silenzi,
il mimo che odo io sola,
agognare le bocche impigliate
in reti letali?
Rispondimi mai, mio germoglio lucente.
Rispondi a te stesso la cosa
un principe fece per l’unica rosa.

Domanda se l’uomo sia vero
e se forse non siamo poi niente
come alberi di selva amazzonica.
Bruciare e non sublimare!
Siamo rami piegati nel corso
e siamo le torce
nel vuoto più nero mai, mai concepito.
Le stelle vicine il futuro
ed atomi cenere e nostre ossature.