Essere fango

Amo baciare splendori notturni,
odio scordare con distici nuovi
il mio ritmo dell’anima fra le ombre
ma so fare di musica respiro.
Io fui la stella condotta dal vento
su questa terra di sordida morte,
io fui polvere, ebbra di silenzio
nello spazio brulicante e contento.
Screzi di luna, con fasi in pensiero,
erano fiore nell’ampio giardino
come l’amico vero o lo straniero
al bambino più saggio d’ogni tempo.
Oggi mi nuoce la brace interiore
dandomi schiaffi, continui, al cuore
di cui odio la rima, e non mento,
lo scalpello di tuono matematico
il cui magro viatico
è il lampo caldo, l’eco che arde sola
in pianti muti, gogne e abissi certi.
E i cieli invoco, mi vengano a prendere
prima che muoia l’arpa
senza cedere.