Girandola

Manicomio
la luna negli occhi, il suo riflesso
in quelli aspecifici dello psichiatra in erba.
La bianchezza avvolge tutti. La luna
il modello, dai camici ai pigiami diagnosticati,
ai forzuti strappati all’agricoltura.

Pareti intonacate a malapena
la luna, il disadattato ci guarda attraverso
dopo il punto remoto.
Le croste firmamenti
a guidare la nave senz’approdo dei folli
incatenati ad alberi d’identità.

I prigionieri fissano all’insù
anche se non è permessa la terrazza di sera
per volontà sacra di caporeparto.
La luna si vede soprattutto nei tagli,
nelle urla di notte, nei lacci di contenzione e dentro
il ripostiglio cranico.

La scatola dei cervelli chimici
funge come il paradosso del gatto, purtroppo
nessuno può entrarci senza rischio.
Ci provano clown ospedalieri
nonostante bambini non anagrafici
più complessi dei secondini.

Le guardie più miserabili
di coloro su cui vigila l’ordine sociale
per la scelta d’essere lì.
Suona il campanello, la granata esplode
fra le dita, la si rimpalla, è l’antipsicotico
ficcato in schiena alla bell’e meglio.

Dormono, dormono per mesi
con il trattamento a idrante sulla dopamina
e la luna nel sogno.
Secoli fa sudici e furiosi,
oggi solo fatui, ed è meglio così
perché si esce prima.

Uguali no, più uguali sì, come maiali.
Entrano uguali, escono più uguali.
Rientrano più uguali, escono
con altri più, voti di maestre con la penna rossa.
Il superstite canta senza capire:
the ant’s a centaur in his dragon world.