Gra grà

Le rane saltano
con gran fastidio per lo stagno,
l’obbligo di spostarsi di ninfea in ninfea,
di masso in masso, abbarbicandosi
nei punti d’appoggio.

— Possono le rane
sollevare il mondo su un perno? —

Infelici di grilli, vermi e pesci
ruttano, inghiottono, deglutiscono.
Si tuffano nella fiamma gelida della pozza
talvolta non si sa bene perché
se non per giocare, morendo vittime
di predatori più grandi.

Gra grà — dice la rana.
Cra crà — risponde qualcuno.
Sei una rana anche tu? — domanda
nel codice delle rane. Non parla il corvo
se non dopo averla beccata, digerita
ed evacuata.

Qualcuna si mimetizza
o fugge. Ci sono agnelli rane e lupi rane
nella stessa medaglia.
Destino è saltare, arraffare
briciole di stelle, l’anima di polvere
incarnata nel cibo.

— Che senso ha
essere uomini, quand’è più comodo
se non uguale, più uguale,
essere rane? —

Come bombe
si salta in aria, le orme segnate
da un salto all’altro.

— Cosa c’è
oltre lo stagno? — c’è chi gracida
nel fiore della gioventù.
— L’universo è lo stagno — sbottano
le rane con la gobba.

Mangiare, scappare, figliare
in codice si traduce sempre con un
— Gra grà.

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