Poesie

Il diritto abortito

Seppi di te finita. Il tuo calice
dischiuso fra le mani era una chiocciola
in fuga al trotto nelle danze stridule
di Arnold Schönberg. E forse ti schernivano
grugni miseri e sorrisetti asettici
e moniti e proverbi più canonici
delle gonnelle impazzite per Mozart
su Radio Maria. Piluccavi cielo
dalla scala a spirale fra le dita
nel segreto dei palmi. Più degli alberi
con la fame abbracciavi il siderale.
Più degli uomini percorrevi il viale
che se è vero è verde solo al termine.
Acceleravi sempre più la corsa
quando segugi alle porte di casa
bussavano per la cannula in plastica
su per il naso perché non mordessi
ed il cerotto perché non strappassi
al medico ricette per estinguere.
E nella musica di nessun senso
di popoli ignoranti per la vita
ti sanguinava pelle ricucita
ai polsi dove braci e cicatrici
s’incantavano al vuoto fra le stelle
di cui bramavi l’anima di polvere
se ti nascondevi dietro la luna.
In stupro al fatto comune esigevi
silenzio nell’arrocco della fuga,
semitoni e microtoni e pallottole
a scrivere memorie sull’abisso
per ogni spillo ficcato nel timpano.
E sorseggiavi nettare di tempo
ingurgitando le ore che mancavano
al grande salto verso il temporale
e poi morivi l’ennesima volta
per colpa d’ogni parola anoressica.
E nel letto finale l’agonia
ti completò l’adolescenza svolta
nell’esiguo spazio del tuo abitacolo
e fu che quelle con cui già rimavi
ti presero dove alberi lucevano
oltre le siepi tutte in cachessia.
E là fosti libera con te stessa
e un gatto cui desti l’eutanasia.

28 pensieri su “Il diritto abortito”

  1. almerighi dice:

    qui, ma ripeto può solo essere un mio problema

    dodecafonici di Arnold Schönberg.

    nella musica di nessun senso di popoli ignoranti

    perché non mordessi ed il cerotto perché non strappassi al medico ricette per estinguere.

    1. Irene Rapelli dice:

      Non ti piace la parola “dodecafonici”? Arnold Schönberg, il celebre compositore, ideò la musica “dodecafonica”, il termine. Bisognerebbe ascoltare un brano di tale autore di musica del Novecento, per rendersi conto della sofferenza di Noa, e del mondo intero. La “musica di nessun senso” è un riferimento alla dodecafonia: incomprensibile, in apparenza, come il dolore lacerante di cui parlo, e il mondo.
      La cannula di plastica s’infila dal naso, se il paziente è ancora in stato di coscienza, per evitare chiuda la bocca e morda per resistere al fastidio d’un tubo che scivola in gola, fino allo stomaco, durante le lavande gastriche. Il cerotto poi viene applicato sul naso per evitare che si strappi il tutto: c’è una pausa voluta dopo “strappassi”, che serve a biforcare il significato, che muta leggendo il verso successivo in altro. Le ricette per “estinguere” infatti sono desiderio di un’iniezione letale, d’eutanasia sempre negata. Estinguere il contratto con il mondo, ed estinguersi.
      Dimmi: le cose tornano? Noti ancora problemi?
      Un esempio di Arnold Schönberg:
      Piano Concerto, Op. 42.

      1. almerighi dice:

        conosco Schoenberg, e le cose tornano, d’altronde c’è ben poco ermetismo in questa poesia, però continuo a inciamparmici, è evidente che è un problema mio di lettura

      2. Irene Rapelli dice:

        No, penso che forse stoni un po’ perché è una parola non usuale. D’altra parte non m’importa niente della rima con “canonici” più in basso, quindi penso a come cambiare il modo di dire, al momento non ho idee però. Ci vorrebbe un’allitterazione dodecafonica, cioè disturbante.

      3. Irene Rapelli dice:

        Che ne pensi di “in fuga al trotto sui cavalli striduli”?

      4. Irene Rapelli dice:

        Ho cambiato. Danze, non cavalli.

  2. almerighi dice:

    è un brano da leggere e rileggere, pur mantenendo la metrica fai un quadro delle vicende di questa ragazza, utilizzandolo più come metafora di un mondo occidentale in affondamento e disordinato, a volte m’inciampo leggendola, ma penso sia un problema mio

    1. Irene Rapelli dice:

      In parte l’inciampo nella scorrevolezza è un problema mio. Forse volevo esprimere un dolore spezzato e involontariamente ho spezzettato la lettura, me l’hanno detto tutti e l’ho anche notato da sola, ma ciò che simboleggia il doversi fermare, in questo caso, è un effetto che mi piace: il reiterare la riflessione, il silenzio, il pianto. Hai colto inoltre una delle interpretazioni che davo al tutto: “un mondo occidentale in affollamento e disordinato”. Ti piace, nel complesso? I tuoi suggerimenti sono sempre ben accetti.

      1. almerighi dice:

        sì, mi piace molto, è ispirata e coglie un momento di grande impasse civile e culturale nel nostro mondo, il mio unico consiglio è quello di lavorarci ancora un pochino su per eliminare o addolcire i piccoli inciampi

      2. Irene Rapelli dice:

        Posso chiederti dove cogli i piccoli inciampi? Io ne trovo da sola alcuni, tu magari… altri.

  3. LuxOr dice:

    Endecasillabi sciolti con rime sparse. Quando non ci sono rime i versi comunque si “baciano” con assonanze e allitterazioni. Mi ha entusiasmato il gioco delle consonanze toniche, pur citando la musica dodecafonica, musica delle dissonanze. E forse questi ritmi si confrontano ma anche si contrastano, creano degli iati, dei vuoti, secondo me amplificati dai versi sdruccioli (i primi sette sono tutti sdruccioli). In sintesi, le lettura fluida deve essere anche “disturbata” per sottolineare la sofferenza degli eventi, l’amara conclusione di una storia di una ragazza che ha sofferto oltre l’inverosimile. La lettura si spezza per lasciare spazio al pianto. Ecco, io l’ho letta in tutta la sua bellezza come unione di significati e significanti, … ho pianto… sì. Hai scritto un capolavoro.

    1. Irene Rapelli dice:

      Ho scritto volutamente endecasillabi, ma al resto non ho badato: ho provato a far scivolare fuori dalla mia psiche i versi in modo innato. Poi, rileggendo le revisioni, ho trovato tutte le cose che hai scritto: il mio inconscio è il vero poeta, non io. È lui che scrive il “capolavoro”, e non so, onestamente, come faccia. Lieta del fatto tu conosca la musica dodecafonica, musica delle dissonanze anche interiori. La lettura “disturbata” è una delle rappresentazioni del disturbo di Noa, e del mondo di gente nei confronti di Noa. Non volevo farti piangere, ma la poesia non è quasi mai una zolletta di zucchero e non deve esserlo, quindi sono contenta anche dei pianti. Grazie, amico.

      1. LuxOr dice:

        Credo capiti a tutti. E’ l’inconscio che scrive, un qualcosa che ci prende e non possiamo fare altrimenti. Questa è la bellezza della poesia. Una poesia la si può scrivere in cinque minuti ma prima di emergere dal profondo dell’inconscio potrebbe avere impiegato anni o tutta una vita. Il pianto è anche una liberazione, un momento intimo ma anche condivisibile di una fragilità che è anche una forza. Non è stato un dispiacere ma un momento importante, un modo per guardare negli occhi una mia ombra non ancora rimossa. Grazie a te per queste perle.

      2. Irene Rapelli dice:

        Si chiama, credo, “scrittura automatica”, quando l’inconscio scrive. In questo modo, ho guardato la mia ombra, riportandola a galla dopo anni. Le fragilità sono forza, sono come le cesure d’oro d’un vaso rotto e riparato lungo le fratture con metallo pregiato.

      3. LuxOr dice:

        Sì, scrittura automatica. La fragilità non poteva essere definita meglio: cesure d’oro d’un vaso rotto. Bellissima immagine. Buona domenica, amica cara.

      4. Irene Rapelli dice:

        Come nell’arte del kintsugi. Buona domenica.

      5. LuxOr dice:

        Ogni ciotola riparata diventa unica, irripetibile. Non mi era venuto in mente il kintsugi. Grazie.

Rispondi