Il diritto abortito

Seppi di te finita. Il tuo calice
dischiuso fra le mani era una chiocciola
in fuga al trotto nelle danze stridule
di Arnold Schönberg. E forse ti schernivano
grugni miseri e sorrisetti asettici
e moniti e proverbi più canonici
delle gonnelle impazzite per Mozart
su Radio Maria. Piluccavi cielo
dalla scala a spirale fra le dita
nel segreto dei palmi. Più degli alberi
con la fame abbracciavi il siderale.
Più degli uomini percorrevi il viale
che se è vero è verde solo al termine.
Acceleravi sempre più la corsa
quando segugi alle porte di casa
bussavano per la cannula in plastica
su per il naso perché non mordessi
ed il cerotto perché non strappassi
al medico ricette per estinguere.
E nella musica di nessun senso
di popoli ignoranti per la vita
ti sanguinava pelle ricucita
ai polsi dove braci e cicatrici
s’incantavano al vuoto fra le stelle
di cui bramavi l’anima di polvere
se ti nascondevi dietro la luna.
In stupro al fatto comune esigevi
silenzio nell’arrocco della fuga,
semitoni e microtoni e pallottole
a scrivere memorie sull’abisso
per ogni spillo ficcato nel timpano.
E sorseggiavi nettare di tempo
ingurgitando le ore che mancavano
al grande salto verso il temporale
e poi morivi l’ennesima volta
per colpa d’ogni parola anoressica.
E nel letto finale l’agonia
ti completò l’adolescenza svolta
nell’esiguo spazio del tuo abitacolo
e fu che quelle con cui già rimavi
ti presero dove alberi lucevano
oltre le siepi tutte in cachessia.
E là fosti libera con te stessa
e un gatto cui desti l’eutanasia.