A volte, nella scatola
schizzi e gorghi anestetizzano
luci, mie nel silenzio – in quelle
fiamme accese sott’acqua
bruciano canti uccisi dal rumore, sfiorisce
lo scorcio nell’eterno
infinitesimale, nel vulcano
spento, nella voce che riposa, ricama
la crepa tenebrosa che mi piaga
il corpo di buio glaciale.

L’azzurro m’imprigiona
in una nebulosa. Perché non il verde? O il rosa?
Più colori mi sembrano vivaci, da qui.
In questa leggerezza
è un gioco sfare con la torre
lo scacco al re. Sono troppo orizzontale
o verticale, ruotando la scacchiera
mai che riesca a tracciarmi diagonale
fra cielo e terra.

Sfido la morte
per ora assente. Il suo è un obliquo
ghigno universale. Ho lasciato
cadere tutto, al suolo
sotto una croce appassita nel sangue
con il delirio venga scalpellato
l’epitaffio vivente.

A volte, dietro gli occhi, c’è la luna
della follia. Mi cerca
sempre lei cui rispondo, ma il telefono
è staccato. Scrivo messaggi
che leggeranno i figli rinnegati
dell’utero scintillante
quando mi verrà a chiamare
di persona miagolando.

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