Il parlamento degli animali

Duecentoquindici anni addietro lungo la linea del tempo, un altro bosco d’una dimensione molto lontana da Eltair fremeva, marcio d’umidità: ancora piovigginava dal cielo sporcato e nascosto dai cirri ad altezze vertiginose, ma gocciole minute, catturate da giganti fronde, correvano leste nei canalicoli ricavati naturalmente dall’accostarsi casuale di foglie e ramoscelli per poi depositarsi in fiumare di fanghiglia dopo aver percorso la corteccia, oppure tamburellavano sulle teste di sfortunate formiche rimaste fuori all’aperto per qualche assurda ragione.
Il vento respirava docilmente, spruzzando altra acqua qua e là e deviandone il corso, inclinando la retta via della pioggerella autunnale.
L’immensa foresta echeggiava di vita pulsante: gli animali di taglia piccola, media e grande godevano del calore e dell’affetto delle proprie famiglie, rinchiusi in tane faticosamente costruite durante la stagione appena trascorsa, accucciati in maniera confusionaria; di tanto in tanto, un pigolio stridulo di prole affamata e infreddolita svelava la presenza di merli e d’altre razze d’uccelli, avvolti nei loro robusti nidi sulle sommità possenti ma ben riparate dei faggi; una lepre trotterellava in giro, in cerca della propria casa e del riparo dalle fiacche intemperie, ma, trovandola, finalmente sorrideva gioiosamente prima d’infilarvi il muso con vivace allegria.
Le foglie, la scorza esterna dei grandi, secolari faggi, le loro ramificate e sinuose legnosità, con addirittura gli arboscelli più modesti a proteggere l’erba piatta e sparuta, ma ancora verde, s’illuminarono di luce fiabesca quando le nubi, spazzate via dal venticello (che iniziava a rombare in un crescendo d’armonie, intonando la volontà dell’universo), abbandonarono il loro posto nel cielo per lasciarlo alle stelle: alle sempiterne, sempre giovani stelle che tutto osservano e tutto conoscono, ma nulla rivelano se non a chi sappia loro domandare con nel cuore la purezza e la saggezza del bene che vince sopra ogni cosa.
Le lucciole, a milioni, fuoriuscirono d’un tratto dai propri nascondigli, contraddicendo lo spirito rassegnato alla rigidità e al freddo interiore della stagione presente, portando con loro i refoli di un’estate che avrebbe allungato strenuamente le proprie spire vitali prima di cessare d’esistere.
L’atmosfera vibrava incessantemente d’insana, enorme felicità. L’arietta fresca tremava febbrile, ogni essere vivente parlava nel linguaggio assegnatogli dalla natura urlando la propria euforia. Nelle case occupate dai legittimi proprietari si udivano nuovi e strani discorsi. Tanti piccoli merli sovraeccitati e cantilenanti s’agitavano nelle culle tiepide, avvolti in quelle fasce che i genitori avevano amorevolmente procurato per loro, saltellando a più non posso, dimenando le ali non ancora adatte al volo come se potessero già spiccare verso gli astri che riuscivano a intravedere attraverso i sottilissimi scorci creatisi in mezzo alle frasche che s’aprivano sul cielo pulito nella tarda sera, completamente dimentichi dei pezzettini di cena a base di vermi e verdure sminuzzate.
Una magra volpe arancione, dal pelo opaco e arruffato, segno, purtroppo, di pessima salute, assieme a un bizzarro ma curato siamese selvatico dai begli occhi blu che aveva come fedele compagno dall’alba dei tempi, era già pronta per il celeberrimo evento che avrebbe avuto luogo allo scoccare della mezzanotte, sotto quelle stelle sorridenti che ben liete avrebbero guidato il misterioso spettacolo di cui si raccontava da mesi, dal culmine della primavera. Sola assieme al gatto, al centro della radura nel bel mezzo della fitta boscaglia solenne, s’abbeverava copiosamente, china su d’un rigagnolo d’argento vivo, rimasuglio incerto della pioggia trascorsa. La quiete era negli occhi dei due compagni d’una vita e l’astuzia brillava con essa, famigerata, ma l’amore simbiotico dell’uno per l’altro addolciva l’indole rapace d’entrambi accendendo i reciproci sguardi, che non potevano fare a meno d’incollarsi l’uno all’altro con frenesia crescente, della fiamma autentica del più sublime e grande dei sentimenti.
L’intero popolo silvano era nell’attesa impaziente di qualcosa di terribilmente raro: dell’incantesimo che avrebbe portato con sé la sconosciuta meraviglia già in grado di spingere ogni forma vivente a uscire allo scoperto fuori dal proprio rifugio personale e privato, dalla più piccola formica inzuppata alle enormi aquile cantate dalle leggende, venute dai ghiacciai perenni delle montagne più remote, che già si stagliavano negli alti cieli tra la terra cupa e le stelle, preparando, giù in picchiata, l’atterraggio nella vasta radura dove si riunivano le assemblee generali.
Ben presto, l’intera zona cominciò a pullulare del parlottio di tantissime anime diverse, poiché dalle sinistre tenebre aggettate dai grossi faggi piano piano sbucava, pauroso e con religiosa circospezione, ciascun abitante della brulicante foresta (che sarebbe davvero troppo noioso e piuttosto inutile enumerare).
Come si furono appollaiati tutti quanti, ogni rumore cessò, il vento tacque, d’improvviso fu silenzio. Perfino le pazze, dorate, care lucciole ritennero fosse più conveniente e opportuno adagiarsi con ordine e comodità sul terriccio umido della piazza gremita di gente, oppure sulle spalle degli avventori un po’ infastiditi da cotanta intraprendenza, smettendo di bisbigliare di continuo barzellette oscene all’orecchio dei poveri malcapitati di turno.


Nell’esitazione della folla prese per primo la parola, ringhiando con tutto il garbo possibile per la propria voce ch’era, per timbro, la commistione dello sgretolamento rude della corteccia e dell’agitarsi mesto delle fronde d’autunno, il più vecchio e sapiente tra i faggi: chiamava sé stesso “Hermes”, con un pizzico di vanità.
— Amici e fratelli della Nazione, siamo oggi qui riuniti per celebrare degnamente l’entrata in vigore della nostra nuova Costituzione.
Mentre si schiariva entusiasta la gola con un suono roco che somigliava al rimbombo delle pietre fruscianti sul letto dei fiumi, nella parte più alta del suo tronco largo e robusto, appena sotto le sue prime foglioline gocciolanti, apparvero d’un tratto due profondi occhi incavati nel legno striato e bitorzoluto, perfettamente circolari e dal cipiglio antichissimo e quantomai scaltro, che brillavano nella notte inoltrata come smeraldi illuminati dal sole di mezzodì: in aggiunta a ciò, gesticolò animatamente, muovendo a piacere le estremità delle solide braccia più esterne della propria chioma in disordine, con le radici, molto più in basso, che sporgevano, arzigogolate, da uno spesso groviglio nel punto in cui s’immergevano nel buio della madre terra, ma che trepidavano per l’eccitazione.
— Prima che me ne dimentichi, è mia intenzione far sì che voi tutti siate consapevoli del fatto che le formiche stiano protestando con risoluta veemenza per il contenuto dell’articolo numero centosettantotto, assaggiando le mie venerabili chiappe, che nonostante l’indecorosa villania del gesto stanno, allo stato attuale delle cose, ancora riparando dal gelo, sempre meno clemente, e dalle intemperie di questi ultimi giorni e di quelli che saranno nell’inverno prossimo, le formiche in questione — continuò, con un’amabilità e una grazia tali da creare un sorriso frastagliato sotto agli occhi, provocato dall’incurvarsi della corteccia in una linea spezzata dalle estremità rivolte verso l’alto. — Pur tuttavia, le perdono ben volentieri, vista la mia elezione a primo ministro del governo a maggioranza assoluta del partito dei faggi proprio grazie ai loro voti numerosi e… molto sentiti.
Inarcò un sopracciglio allo stesso modo in cui aveva sorriso in precedenza, pestando bonariamente le formiche che lo circondavano con una specie di colpo di coda delle radici: i loro gemiti di protesta, in coro, non tardarono a farsi sentire, ma proprio perché le formiche erano creaturine microscopiche e invisibili nella notte scaldata solamente dalle stelle e dalle fatue lucciole, le loro voci lamentose furono troppo esili per essere udite da qualcuno. Ciononostante, alcuni risero creando brusio e tafferugli.
— Le lucciole, di grazia, non perturbino l’ambiente con la propria impudicizia — tuonò un altro faggio, dal corpo snello e sinuoso quasi come quello d’una betulla, ma con voce da tenera fanciulla, un poco ansante e sommamente divertita, che ancheggiava spudoratamente, facendo traballare lievemente l’area del suo tronco nel punto in cui quest’ultimo era più sottile ed elegante, in modo da mettere in bella mostra la gioventù invitante del suo ventre.
Una risata ancora più fragorosa crebbe, unendo nell’ilarità la volpe, il gatto e tutti gli altri animali rivolti con lo sguardo ipnotizzato al loro primo ministro appena eletto, eccettuate le irriverenti lucciole, ma nemmeno a quelle lì importava poi molto della sorte miserabile della specie lavoratrice ma così facile da schiacciare ch’erano le sventurate formiche. Tosto queste ultime abbandonarono l’Assemblea, per l’ennesima volta infuriate, ma tacitamente rassegnate al ruolo amaro e scomodo che aveva riservato loro la società animale: quello di soggetti deboli, considerati quasi infermi di mente, emarginati, disprezzati, ingiustamente stigmatizzati, raccoglitori di briciole altrui e fuligginosi netturbini, rifuggiti e dileggiati persino dalla classe operaia di cui facevano parte, costituendone il gradino più basso, messo in disparte nelle decisioni di qualche rilievo, che da millenni e millenni sopportava stoicamente (credendo con fermezza nel valore del sacrificio e del frutto del proprio duro ma onesto lavoro) l’alterezza e l’aria di superiorità intellettuale dell’élite dominante dei faggi, la finta compassione del ceto medio impigrito e sempre più ristretto di numero rappresentato dai mammiferi del parlamento. Tuttavia, le formiche erano la specie più numerosa: a miliardi abitavano nella repubblica silvana, misconosciute dalla massa ignorante di stazza grossa e rese invisibili come i mendicanti ai lati delle strade. Vivevano poveramente, raccogliendo frattaglie residue di cibo, lo scarto d’altri buttato altrove come mera schifezza immangiabile, contribuendo a depurare l’ambiente della foresta dalla sporcizia e dal degrado molto di più del faggio femmina ch’esortava bigottamente le lucciole spensierate e giulive a far tacere i commenti licenziosi, che offendevano soltanto l’antiquata morale di certe vecchie “bruttarelle” che non erano certamente più in condizione di “peccare”, loro malgrado. Se le formiche avessero scioperato, ben presto le tossine, prodotte non solo da feci, ma da materiale in decomposizione e da altri composti nocivi, avrebbero avvelenato il bosco e ucciso per primi i faggi, solo in seguito i mammiferi e poi tutti gli altri, tranne il formicaio e molti altri insetti che cooperavano alle stesse funzioni. Le minutissime formiche, se avessero inteso la faccenda a dovere, avrebbero potuto banchettare per il resto dei loro giorni, fino alla fine dei tempi, sui cadaveri delle altre forme di vita: per tale motivo i faggi, colla saggezza e colla lungimiranza che avevano in dote, provenienti dalla volontà occulta delle stelle, offrivano loro ospitalità e protezione, badando incessantemente a mantenerle nell’ignoranza del loro reale potere, affinché non potessero nuocere e non rivendicassero i propri legittimi diritti naturali innanzi al parlamento riunito. Proprio quei faggi, colle loro radici piantate in profondità nella terra, simboleggiavano la tradizione d’ostacolo al progresso: erano qualcosa d’inamovibile e abnorme che non poteva essere estirpato come l’erbaccia cattiva e che affondava le proprie origini in un tumultuoso quanto sordido passato.


Come le formiche se ne furono andate, Hermes riprese a parlare, ammaliando il pubblico con le sue frasi studiate: — Cari amici, c’è un’altra questione urgente che dobbiamo affrontare assieme: la scelta della protettrice della nostra amata repubblica.
Fece una pausa, in cui parve inghiottire aria: i suoi rami più sottili si muovevano ancora enfatizzando, ma era calmo. — La Costituzione che avete firmato recita, testualmente, nell’articolo numero trentaquattro, ch’ella dovrà essere una fata che abbia superato prove difficili, dall’animo puro e coraggioso, condotta dagli astri a noi attraverso la congiuntura fra i mondi.
Dopo questo suo complicato dire, i mammiferi s’accigliarono e rimasero interdetti, non del tutto sicuri d’aver compreso bene il senso delle parole del primo ministro, ma tacquero ancora, tranne le lucciole, che ripresero a sibilare goliardie luride sulla “congiunzione”, sollevandosi finalmente in volo dai propri temporanei giacigli e prendendo a trotterellare giocosamente nell’atmosfera eterea della radura, resa incantata proprio dalla loro luminescenza.
— Silenzio!
La voce tonante del faggio femmina s’era levata di nuovo a redarguirle, ma senza troppa convinzione in fondo all’anima.
— Ebbene, cari amici miei, ella non è, purtroppo, ancora giunta a noi, né sappiamo dove attualmente si trovi né chi sia, ammesso ch’esista, pertanto invito caldamente tutti voi a riflettere e a ideare i mezzi coi quali favorirne l’arrivo rimuovendo qualunque impedimento, affinché venga investita del ruolo recando in dono la magia e la prosperità con cui allietare le nostre esistenze — terminò di dire il grande faggio.
Un applauso scrosciante e inebetito seguì queste ultime parole accuratamente scelte, dopodiché Hermes sorrise e ringraziò prima che ciascun animale cominciasse ad avviarsi ordinatamente verso la propria tana, ponendo fine all’Assemblea.


Non molto lontana dal bosco, in una zona pianeggiante e fertile, c’era un’allegra fattoria.
Le galline coi pulcini, le oche, i maiali lerci se ne stavano pacificamente mescolati nel cortile recintato dal filo di ferro spinato. Si godevano il dolce far niente nell’inerzia assolata del mezzodì del giorno successivo alla riunione del parlamento.
Un cane era incaricato di fare la guardia: un collare di cuoio spesso aveva allacciato stretto al collo da cui pendeva una corda che lo teneva saldamente ancorato al palo più vicino alla sua cuccia di legno, ma nessun visitatore si faceva vedere nei pressi della rudimentale costruzione nel bel mezzo del mondo naturale. Fu così che la povera bestiola, non riuscendo a sfogare la rabbia repressa nel tedio del quieto vivere, si mise a schiacciare un pisolo accucciandosi a terra, russando rumorosamente, spargendo alito puzzolente che indispose le scrofe e i grassi pennuti da uova e da carne, che fino a un attimo prima salterellavano senza scopo, da sempre ignari del proprio destino, perché immersi nella beatitudine del paradiso artificiale che toglieva loro la necessità di pensare a qualsivoglia faccenda li riguardasse da vicino.
Una leccata di troppo e un paio di fusa affettuose: si destò di soprassalto l’attempato segugio.
Il siamese selvatico stava scrutando il prigioniero con vivacità deliziata dalla buona riuscita dello scherzo, prodigandosi in seducenti piroette, mugolii d’amore e ronfi appagati, ma il cane, il vecchio amico d’infanzia, ora l’odiato nemico, digrignò i denti affilati, facendo colare saliva dal gusto di malattia dal suo palato maleodorante.
— Ah, vecchiardo, non prendertela con me, peraltro inutilmente, per il fatto di stare ancora al servizio di deprecabili esseri umani, come uno schiavo in gabbia, pronto a tutto e felice d’essere picchiato da un momento all’altro senza motivo, venduto come una merce, o addirittura ucciso e poi mangiato, qualora ritenuto non più idoneo al tuo lavoraccio di guardiano dei polli — miagolò il gatto, forzando la erre moscia, per poi seguitare colle giocose giravolte e coi ronfi tra i risolini di sarcasmo.
L’altro guaì debolmente, cercando senza successo d’alzarsi: — Non impicciarti negli affari miei, finocchietto senza spina dorsale.
— Sia dunque come desideri.
Il siamese si sdraiò a pancia all’insù, grattandosi il muso ben tornito, lasciandosi baciare dal sole e illuminandosi di fascino, come se il suo pelo così lucido, folto e morbido avesse frequentato raffinati saloni di bellezza in previsione di quell’incontro fatale. Gli occhi blu, magnetici, dal carisma di superficie denso d’ingenuità e di candore, si voltarono a fissare la bestia malaticcia col legaccio al collo, mostrando sincera compassione per quelle sue condizioni pietose.
— Vattene, oppure chiamerò il padrone — latrò il cane. Il gatto obbedì subito alla minaccia.



Ramingava, tacita e assorta, la volpe in mezzo alla boscaglia autunnale, che molto presto avrebbe messo da parte le pennellature di colore dell’estate, accartocciando le foglie già cadute.
Nel suo cuore selvaggio e libero l’irrequietezza impalpabile non le concedeva un solo attimo di pace, corrodendo, in ogni momento, la sua luce interiore. Chiudendo gli occhi, poteva scorgere quella luce tremolare, gemendo fra stenti sulla superficie d’un mare increspato, le cui acque non più cristalline erano lorde del troppo dolore vissuto, dell’inarrestabile ferocia del cammino tra i vivi, dell’infinito dubbio ch’era cresciuto nel tempo, mutando in una voragine di paura e nella certezza della morte.
La sua fame d’amore era un disperato bisogno ancestrale represso fin dalla culla che non aveva osato ammettere a sé stessa, tuttavia perdurava, celata dietro il volto pubblico ostentato nella spietata società silvestre, in cui chiunque, se solo ella avesse preso la decisione d’accantonare la formidabile astuzia del cervello, avrebbe potuto mettere in scena la fine del tormento ch’era stato l’esistenza dell’intelligente volpe, che di certo non bazzicava sui gradini più bassi della catena alimentare.
Eppure, specchiandosi nei fiumiciattoli che irroravano il verde di linfa, si scopriva ogni volta molto più invecchiata, più lenta nei movimenti e nella strategia di caccia, così da dover ritornare nella propria segreta dimora, dove il gatto l’attendeva, senza prede, con la sensazione di stomaco dolorante per non aver mangiato da giorni, oppure per essersi nutrita di vermi trafugati nella sporcizia. Inoltre, viste le pericolose barriere di metallo erette tutt’attorno dall’uomo, anche i pollai erano diventati una risorsa fuori dalla sua portata.
Ormai non le restava che una scelta e sentiva avvicinarsi il momento inesorabile nel quale l’avrebbe compiuta senza esitazione o fragilità: tra i suoi orrendi pensieri c’era spazio solo per il coinquilino piuttosto ben pasciuto, ignorante delle sue terribili intenzioni.


Per ciascun cittadino della nascente repubblica il tempo fluiva sotto l’assillo pressante, abilmente istigato da Hermes non soltanto nell’immaginario dei più sempliciotti, della ricerca d’una qualsiasi soluzione al problema della mancanza d’una protettrice acclamata dal popolo unito. Il chiacchiericcio ininterrotto di flora e di fauna, coese, in quest’occasione, dopo secoli di durissima guerra fredda prima della stesura della vigente Costituzione, permeava gli spiriti del bosco quiescente, sveglio nell’intento di scovare l’indefinito, pallido luogo d’ombra in cui la fata, forse addirittura non ancora nata nel mondo della materia, dall’indole tanto “pura” e “coraggiosa”, fosse tenuta in ostaggio contro il proprio volere. Difatti, poiché ella non s’era azzardata a comparire tra loro, spopolavano le più strampalate ipotesi sulla sua futura venuta: c’era chi si persuadeva che sarebbe giunta da un momento all’altro cavalcando la coda d’una cometa, chi sosteneva che una delle stesse stelle fisse nel cielo fosse, invece, proprio l’ignota tanto attesa dai loro cuori; taluni narravano che una cucciola d’uomo sarebbe stata condotta dai venti e tramutata in un essere d’energia tramite le arcaiche pozioni d’una strega; altri, in verità molto pochi, perlopiù inascoltati e apertamente ridicolizzati negli anfratti conviviali della foresta in cui avvenivano i ritrovi amicali, non credevano affatto alla storia d’affabulazione servita a tavola per loro dal grande faggio.


Un cacciatore stava calpestando il tappeto di fogliame che l’autunno strappava gradualmente dai rami facendo abbrunire le abbondanti, castane capigliature dei maestosi faggi, succhiandone la vita fino a reciderne il filo quando costoro cominciavano a stempiarsi. Tuttavia egli non indossava la divisa da caccia, né imbracciava il proprio fucile. A malapena respirava, muovendosi contro la direzione del vento che faceva intirizzire le ossa, con passi felpati, in modo da evitare di segnalare troppo l’intrusione in casa d’altri.


Lungo i rivi, non molto distanti dalla radura centrale, i merli acquattati stavano calmando la propria sete, conversando coi vicini: le parole emesse dal becco erano fischiettii solari, variegati, molto ricchi e sonori, che ricalcavano i passaggi di melodie ricercate, caratteristica che rendeva il merlo il cantore d’elezione dell’inno nazionale.
— Or bene, bell’amica mia — cantò uno dei più anziani a una nobildonna della sua specie lì presente. — Venite con me, ché son saggio. In disparte sia messa ogni ritrosia, all’ombra del più odoroso faggio. Saziata d’amore sia la sete, or ch’andiam baciando l’acque chete. — Quella, però, non lo degnò d’uno sguardo.
I merli più seriosi intrattenevano un’accesa discussione sull’argomento più in voga dal giorno dell’Assemblea: la fata, avvolta nel più intrigante dei misteri.
— L’ultima protettrice che abbiamo avuto si narra sia scomparsa in circostanze non chiare, dopo aver istruito i faggi al comando della Nazione. Probabilmente, si trattò d’un omicidio premeditato, dal mandante ignoto. La mia modesta opinione, fratelli, è che la repubblica abbia un nemico nascosto e che forse più d’un traditore si nasconda in mezzo a noi spifferando i nostri segreti più pericolosi agli stranieri. In tutta coscienza mi sento sicuro nel consigliare la massima prudenza e di tenere occhi, orecchie, nasi sintonizzati sulle stranezze cui probabilmente non prestiamo la dovuta attenzione — fischiettò il primo, guardando a turno i propri interlocutori, uno dei quali aggiunse: — L’impero delle aquile, venuto dai picchi a festeggiare la nostra rinascita come stato, ci ha promesso tutto l’aiuto richiesto e l’appoggio bellico necessario affinché i nostri nemici restino nelle loro tane, tremanti per la paura. Cionondimeno, io non sono per nulla persuaso del fatto abbiano pronunciato parole veritiere. Ci stanno mentendo, ma con la mia sola ragione non riesco a intravederne le motivazioni, né il vantaggio che sicuramente si cela dietro le quinte, nel garbuglio. La nostra unica possibilità è la fata.
Numerosi, tesi, sinistri, i sospiri gonfiarono il petto dei volatili. Un altro ancora diede aria alla domanda che ribolliva nelle menti di tutti: — Cos’è la congiuntura degli astri?
L’anziano merlo, che aveva poc’anzi apostrofato con rime di cortese irriverenza la donna desiderata, s’accigliò e s’avvicinò al gruppo disposto a semicerchio. — Ciascuno di noi lo ignora, fratello giovane.
Il suo tono di voce rassegnato e allo stesso tempo nervoso proseguì: — Nemmeno i faggi lo sanno, perché la fata che fu assassinata non rivelò quel segreto, nemmeno in punto di morte a colui che la uccise. Io posso vederla ancora nella mia mente, scavando nel libro fragile dei miei più antichi ricordi. Era bella, sì, ma era anche molto più che questo: era l’incarnazione terrena d’amore, temperanza e giustizia.
Chiuse gli occhi, quando d’un tratto due luminosissime lacrime calarono dalla fessura delle sue palpebre, serrate in un’espressione dolorosa, sul becco, gocciolando al suolo: nell’istante in cui il liquido salato del pianto del vecchio merlo scalfì la madre terra, una scintilla di magia impreveduta causò l’apparizione d’una miniatura di stella, che iniziò a ondeggiare per una manciata di secondi, ma che scomparve dopo qualche istante, risucchiata verso il cielo plumbeo dai flussi di forza, proprio mentre lasciava intravedere un’emergente sagoma alata.
Seguirono minuti d’attonimento generale.
— Questa — concordarono all’unisono, — è la prova dell’esistenza d’una congiura contro la Nazione.


La Camera fu riconvocata, proprio durante il pomeriggio rincuorato dal tepore tenue d’un sole alto, all’ora in cui gli uomini, non ammessi nel bosco brunito d’autunno, solevano prepararsi il pranzo. L’obiettivo del governo era l’ascolto delle idee popolari riguardo la grande questione sollevata dal primo ministro. Nonostante ciò, a gran voce il partito dei merli ottenne, dopo tanto accalorato ostruzionismo, d’affrontare per prima, stravolgendo l’ordine del giorno, l’altra faccenda di primaria importanza, dal momento che stava a cuore persino al faggio femmina, ch’era difatti ministro dell’interno.
— Signore e signori, vi prego di prestarmi la massima attenzione — cominciò il loro rappresentante. Scelse di comunicare la notizia senza grande tatto o delicatezza.
— Tra noi — disse, — si nasconde una spia.
L’uditorio intero si lasciò rapire dal sensazionale annuncio, tanto che calò un silenzio gelido e innaturale, tanto che persino le lucciole smisero di giocare con gli altri.
— Si tratta d’uno straniero, dallo status di rifugiato politico, che fino a non molto tempo fa serviva fedelmente i tiranni della fattoria e ammiccava ai cacciatori passando loro informazioni essenziali. S’abbuffava, in cambio di favori loschi, di cibo in scatola, consegnando i nostri simili, così contribuendo a perpetrare quegli immondi soprusi che tutti noi conosciamo così bene, il cui orrore indescrivibile ci tocca da vicino. Il traditore…
Additò il siamese. — Il traditore della patria — ripeté a voce più alta, — è il gatto.


Lo sbigottimento generale durò non più di qualche minuto, per poi mutare in un sussurrio sommesso ma animato dei presenti, che aumentò, nella concitazione, via via d’intensità: i vicini di posto s’erano allontanati dal siamese, creando un cerchio vuoto attorno all’accusato, con la repulsione e il disgusto nello sguardo, coi brividi che squassavano i loro corpi come se stessero tutti quanti, dal più piccolo passero, al tarchiato tasso, all’aristocratico lupo, reprimendo con un certo sforzo l’impulso d’aggredirlo, smembrandone le succose, polpose, grasse carni; tutti (tranne la volpe che aveva, a dimostrazione del senso di protezione e del suo amore, poggiato con cautela la zampa sulla spalla del suo più caro amico, snudando i canini affilati verso gli altri) serbavano nel proprio cuore avido una crescente ostilità verso il signorile felino dalla pelliccia lustra, il quale, nonostante l’accoglienza da parte degli abitanti del bosco, non era riuscito a perdere deleterie abitudini di raffinatezza, l’attitudine allo sfarzo smodato e una parlantina notevolmente colta inculcatagli dai suoi vecchi padroni umani, mantenendo così, attorno a sé, quell’aura aliena d’estraneità responsabile d’avergli inimicato quasi ogni persona del luogo, tranne l’adorata volpe, che ora cercava con gli occhi calmi, ricambiandone l’espressione triste e innamorata. Col proprio orgoglio fiero e un invidiabile sangue freddo, tenendo la coda e il mento alti, il siamese si fece strada in mezzo alla folla inferocita ma per il momento silente che si scansava al suo passaggio come se temesse di restare infettata da un morbo mortale e rivoltante, ma senza correre, senza dar mostra della propria terrificante paura. Quando si fu sufficientemente allontanato, raggiunti i margini della radura, prese a galoppare verso la via d’uscita dalla foresta, divenuta sua acerrima nemica, ch’era stata, per qualche anno, come una casa in sostituzione dell’altra che aveva perduto. Guardandolo lasciarla per sempre, la volpe pianse senza emettere suono, suscitando occhiate di sprezzante pietà di cui pareva non accorgersi, sprofondata com’era nell’infelicità e nella disperazione più nere.
Il grande faggio, dapprima rimasto spettatore dell’increscioso accaduto, prese, rompendo l’atmosfera di tensione, la parola, con una voce pregna di paterna saggezza, come il rumore increspato dell’onde del mare che s’infrangono sullo scoglio senza abbatterlo, soltanto carezzandolo: — Cari fratelli, il fatto descritto è d’una gravità inaudita.
Sospirò, facendo rimbombare d’echi caldi e profondi gli altri alberi attorno. — Ciononostante, dovreste convenire sul fatto che non esista prova alcuna delle accuse di tradimento verso il gatto. Egli è, d’altra parte, facile vittima e capro espiatorio designato di tutti i vostri malanni sin da quando abbia messo piede tra noi.
Il suo tono divenne grave e potente: — Sappiate che la xenofobia non sarà tollerata in questa sede, che verrà duramente combattuta e repressa come il volgare populismo che l’alimenta.
Gli occhi, verdi gemme luccicanti al sole, esaminarono, per un tempo lunghissimo, uno a uno i rappresentanti, per primi, poi il resto degli uditori lì presenti, scandagliandone, con l’acutezza dell’intelletto superiore dei faggi, le intenzioni esplicite allo stesso modo di quelle recondite, ma non commentandole, permettendo che la rabbia cocente del pubblico sbollisse piano piano.
— Un’accorta decisione — commentò, quando tutti loro si furono placati. — Abbiamo, adesso, una questione che dobbiamo affrontare al più presto. Passo il timone della discussione al mio ministro degli esteri. Sia ascoltato col dovuto rispetto, soprattutto da parte dei merli.
Un giovane faggio di statura modesta, povero di fascino in parte perché portatore di spesse lenti d’occhiali fuori moda, era al fianco sinistro di Hermes. — Quest’oggi, fra-fratelli de-de-della Nazione — attaccò col discorso, in precedenza preparato, che leggeva da una pergamena srotolata e tenuta sollevata nell’aria da circa un migliaio di lucciole assonnate. — Que-que-que-quest’oggi — balbettò, con una voce effeminata e strascicata sulle vocali che produceva nervosismo tutt’intorno. — Quest’oggi — disse finalmente con sicurezza, — il parlamento concederà l’accesso a un o-ospite umano. Verrà proprio qui, in questa radura, per par-par-par-larci.
Il governo dei faggi spostò, in coro, la propria moltitudine d’occhi, decisi e sapienti, al confine della radura, dove stava, appoggiato comodamente a un albero in un cono d’ombra da diverso tempo, il cacciatore, che si mosse sotto la luce del giorno in modo da poter essere visto.


Tra lo stupore del mondo silvano, un essere di razza umana era stato invitato e ammesso alla seduta parlamentare: si chiamava Pierre Ducheval e dimostrava, all’incirca, una trentina d’anni d’età. Corpulento, tozzo, basso, era d’un colorito abbronzato e possedeva una muscolatura forzuta, adatta al lavoro nei campi, capelli neri e occhi castani su d’un volto da topo, unticcio per il sudore, ma viscido nell’espressione, perché una luce maliziosa e, in superficie, assai poco raccomandabile, ne animava costantemente lo sguardo furbo da vermiciattolo assieme a un sorrisetto pallido e smorto, dipingendogli intorno un’aura meschina e sgradevole.
— Mio caro ed esimio “signore”, troppo ho atteso questo fatidico e così importante momento — fece per dire, prodigandosi in un inchino profondo ma sgraziato del busto. Rivoltosi a Hermes, zampettò d’un passo, tendendo la mano sudicia agli altri (come se davvero costoro volessero e potessero stringerla), i quali, invece, si ritrassero per il disgusto immane: andò assai peggio che al passaggio del siamese poc’anzi, il quale, perlomeno, non aveva indotto coliche di vomito col proprio fetore estraneo, ch’era nauseabondo in quanto tipico non della natura selvaggia ma dell’odiata quanto artificiale civiltà degli uomini, che radeva al suolo a velocità sempre maggiore le selve poste a protezione e dimora degli animali liberi.
— Benvenuto tra noi, mastro Ducheval — l’apostrofò così il primo ministro, accigliandosi con qualche perplessità. — Siamo qui, alla fine d’ogni ostilità reciproca, pronti ad ascoltarvi col cuore e colla mente aperti e scevri dal pregiudizio. Parlate pure, mio cortese ospite, senza paura. Avete la mia parola d’onore che, in seguito, potrete lasciare indenne e in magnifico stato di salute questo luogo sacro, senza che le vostre faccende d’affari ne risultino danneggiate. Ciò dipenderà, in parte, anche dalle parole che dovrete scegliere con precisione e lungimiranza.
— Appunto — concordò l’uomo, dal sorriso lubrico come quello d’una biscia, per poi rivolgersi al pubblico, con qualche impaccio. — Tutti voi, di certo, vi domandate come sia riuscito ad attraversare la barriera di magia che preclude l’accesso al vostro bosco a quelli come me.
Il suo sorriso dissonante svanì nell’incertezza. — C’è una spiegazione mirabolante a questo — disse. — La mia carissima figlia, giù al villaggio, non sta affatto bene di salute, tuttavia c’è molto di più. Ella, senza dubbio delirando, in preda, probabilmente, a visioni mistiche dell’inferno durante una possessione, ha potuto rivelarmi la sequenza esatta di rune druidiche da disegnare sul terreno con un bastone per avere accesso a questa foresta, che altrimenti sarebbe rimasta celata al mio sguardo di straniero senza dolo, che avrebbe seguitato a vedere solamente una landa spoglia d’ogni vita, cosparsa di cenere, desertificazione e… morte. Il mio cuore, però, presagiva che tutto ciò fosse mera illusione per gli occhi deboli e ingannevoli.
Il suo aspetto, per qualche secondo, diventò meno abietto, assumendo un’aria sognante mentre fissava il vuoto in un suo punto remoto, con in viso una luce tremante e, in qualche strana maniera, piuttosto dolorosa per l’animo. — Mia figlia, una bambina, ora è a casa, legata al letto, sorvegliata giorno e notte dal suo precettore — bisbigliò, con un vivo calore nella voce, che la modificava rendendola più acuta, disperata e vera, come quella d’un tenore. — La mia richiesta per voi (per tutti voi) è che mi sia concesso di condurla dal grande faggio, il quale, col potere ereditato dalle fate, potrà guarirla. Se, ciononostante, non fosse possibile restituirle un’integrità, la mia supplica è che venga a vivere qui, nella quiete celeste del vostro reame incantato, dove potrà trovare un qualche sollievo dal proprio tormento interiore. Inoltre, gli altri abitanti del mio villaggio sono attualmente terrorizzati da lei. Ho sentito voci molto pericolose per mia figlia. In un’osteria, più d’uno mi ha fatto capire che per mia figlia le uniche soluzioni possibili sarebbero la prigionia perpetua in un manicomio, oppure il rogo, come si confà a una strega maledetta, vendutasi carnalmente al diavolo.
Singhiozzò appena, faticando a mantenere un contegno degno d’un vero uomo, ma infine vi riuscì, ricomponendosi dietro una smorfia dai denti giallastri. — Io non permetterò che la mia grande stella venga uccisa o rinchiusa in una gabbia. — Riprese un cipiglio mesto, severo, ma reso ingrigito e senza speranza dal proprio angoscioso timore. — In cambio dell’esaudimento della mia accorata supplica, cittadini della repubblica, posso offrire molto più di quel che crediate. Diventerò un vostro informatore e un aiuto prezioso, se me lo consentirete, oppure non metterò più piede in questa vostra dimora elfica, non arrecando morte e dolore ad alcuno di voi, non cacciando, ma serbando gelosamente il vostro segreto. Tutto ciò, però, solamente se mia figlia sarà da voi protetta per il resto dei suoi giorni.
Nessuno rispose. — Vi prego — uggiolò fiocamente.
— La vostra narrazione — disse l’illustre faggio, — è a un tempo inquietante e morbosa, eppur necessaria. Si vada immantinente alle urne su codesta incresciosa faccenda che richiede il nostro tempestivo intervento, dunque. I contrari tacciano e si voltino verso oriente, chiudendo gli occhi e accucciandosi a terra, in modo da poter essere agevolmente contati. — Proseguì: — I favorevoli, viceversa, sollevino, qui e ora, in questa seduta, ambo le zampe anteriori, se quadrupedi; se uccelli, cinguettino; le lucciole cantino, le formiche smettano di mordere le mie… terga.
— Non voteremo proprio un bel niente, senza che l’ospite abbia prima risposto correttamente ad alcune fondamentali domande — intervenne d’improvviso un lupo bianco, ululando con fermezza ma educazione fine, facendosi avanti fra gli altri in modo da posizionarsi in mezzo all’uomo e all’anziano faggio che guidava il governo: un lampeggio d’astuzia balenava, a intermittenza, nei suoi profondi occhi marroni dal taglio asiatico, ma nessun sorriso era sul muso affilato del predatore, che permaneva, al contrario, in uno stato di solenne austerità, tanto duro da sembrar scolpito nella pietra. L’ululato del lupo era una sorta di canto, inclemente come l’inverno ferale, intenso e penetrante, che arricchiva di vibrazioni sonore tutta la foresta, cullandone la veglia: era simile alla musicalità distinta d’un violoncello che suoni, con lentezza, le note gravi poste più in basso nell’intervallo della propria estensione; era, parimenti, malinconico e torvo come una messa da requiem che avvisava, senza minacciare sgarbatamente l’altrui sensibilità, della sorte che avrebbe atteso inesorabilmente ciascuna creatura vivente, quando fosse rintoccata l’ultima ora; era una voce stentorea che non consentiva indugi e non tollerava il silenzio come risposta, poiché lasciava trasparire un’ira gelida, mantenuta sopita dalla ragione, pronta a scatenare la propria furia di classe dominante, la propria antica nobiltà di sangue, su chiunque fosse d’impiccio a piani già strutturati. — Per esempio — altercò, — il visitatore può portarci fatti di rilievo, che provino la veridicità del suo discorso e la sua promessa di fedeltà al popolo silvano, che sembra così improbabile da parte della sua specie corrotta. Ogni cosa da lui detta sembra fin troppo inverosimile, signor primo ministro.
— La storia è vera, Plutos — comunicò a chiare lettere Hermes, il cui sguardo baluginava tenebrosamente. — Il gatto, che da anni lavora per noi dopo aver abbandonato la propria prima casa e rinnegato le proprie origini tra gli umani, ha seguito tutta la vicenda sin dagli esordi. Io ritengo invece possibile, anzi, addirittura molto probabile, che la bambina di cui si parla possa avere a che fare col mancato arrivo d’una protettrice, se non essere persino la fata in questione, coagulatasi nell’essenza all’interno d’un corpo innocente.
— Tuttavia — continuò il faggio, di nuovo guardando la platea, colma di sorpresa per l’ultima rivelazione, — sono altresì valide certe altre ipotesi spaventose: la bambina potrebbe davvero ospitare dentro la propria anima un demonio dell’inferno, venuto dalla landa del fuoco per svelare la chiave d’accesso al nostro territorio a nemici in grado di radere al suolo le nostre dimore, fino a estirparne l’ultimo filo d’erba; oppure, la bambina potrebbe essere, semplicemente, una veggente il cui dono per la predizione si sia risvegliato di recente, incapace di rimanere zitta per la propria incolumità personale e la nostra, quindi da tenere d’occhio. Forse in tutto ciò, concittadini, esiste sul serio uno sfondo di “malattia mentale” che tosto dobbiamo risolvere. Pensate all’utilità che ne trarremmo: cresciuta fra noi, la piccola Jeanne Ducheval potrebbe rivelarsi un’utile alleata, soprattutto grazie alle proprie doti di strega, da noi saggiamente affinate e instradate verso ideali di luce e di giustizia.
Com’ebbe chiuso il discorso, gli astanti rimasero muti, ma dopo qualche minuto di religiosa meditazione s’udì, chiaro e roboante, il brontolio di sollievo del grande faggio: le formiche avevano finalmente smesso di mangiucchiare le sue onorabili chiappe. Poi, le lucciole presero a intonare un insieme di voci di donna, tra cui figuravano contralti e soprani. Quando anche gli uccelli ebbero cinguettato tutti assieme e i mammiferi e gli altri ebbero sollevato le zampe anteriori, lupo incluso, la decisione fu presa.


Nel dì che seguì, le ore fluivano apparentemente tranquille. Nell’allegra fattoria le oche, le galline e le scrofe passavano la mattinata prese dal proprio divertimento di comari consumate e devote agli epigrammi da osteria da tre soldi: il pettegolezzo sfrenato, privo di quella decenza che s’addice a femmine dabbene, pudiche nelle azioni come nel pensiero.
— Tre matti lerci, segregati in manicomio da decenni, si videro offrire del denaro: monete d’oro tintinnante, altroché! Due su tre, invece di metterlo da parte, lo seminarono in giardino, credendo che così sarebbe nato l’albero dai frutti d’oro che li avrebbe resi ricchi sfondati, permettendo di corrompere le guardie dell’ospizio e di fuggire verso una vita libera — disse, nella leggerezza spontanea delle chiacchiere, Romilda, la maiala più accanita del gruppo. — Il terzo, però, era di diverso avviso: nascose i soldi in un salvadanaio nella propria cella, sotto al cuscino.
Le altre donnette del gruppo l’ammiravano tra sguardi luccicanti di pace, benessere e una grassezza fisica che non sarebbe mai appartenuta al cervello.
— L’esperimento di consegnare denaro ai matti durò a lungo: per infinite volte i primi due lo seppellirono vicino all’orto, mentre il terzo lo ripose nel proprio salvadanaio. Fu allora che il direttore del lazzaretto volle vederci chiaro: chiamò l’unico matto che pareva accorto e sano di mente, vista la sua decisione d’accumulare qualche risparmio, e gli chiese il motivo della sua saggia decisione, in previsione della sua prossima dimissione dal manicomio. Quello rispose: “Comprarmi un nuovo c***, monsieur. Il mio è bucato”.
Tutte risero alla barzelletta, riempiendo il porcile, adiacente al pollaio, d’urla di giubilo stridule che permearono l’ambiente di frivola gaiezza.
— L’ho udita raccontare dal padrone — si giustificò Romilda, — in riferimento a una bambina di dodici anni, la figlia del cacciatore, che presto andrà a finire in quel posto, a quanto pare, per il resto della sua vita.
Le altre risero ancora e ancora, producendosi in un fiume di versacci gorgheggianti.
— Sentite la mia, è più bella — aggiunse, sovrastando d’un tratto ogni ridarella e battendo le zampe in modo da ottenere la dovuta attenzione, Glenda, la gallina più vanitosa e piena di sé nel reame dei polli. — In una bettola stava seduto al tavolo un cliente, intento a leggere un giornaletto, senza degnare della minima attenzione il piatto di minestra che gli era stato servito. Improvvisamente, entrò un mendicante affamato, vestito di stracci e puzzolente, il quale, guardandosi attorno ma non trovando l’oste che sicuramente l’avrebbe cacciato, decise di sedersi al tavolo del cliente, proprio di fronte a lui. Notando l’assoluta concentrazione del cliente, preso dalla lettura del libello, afferrò silenziosamente il cucchiaio avvicinando a sé il piatto di minestra, mangiando avidamente, mentre l’altro continuava a leggere il giornale. Arrivato quasi alla fine del pasto, quando ormai restava solo mezzo centimetro di minestra, si accorse della presenza, in fondo al piatto, d’un orripilante pettine pieno di capelli. Ciò l’indusse a vomitare tutto il contenuto del pranzo nel piatto e a riporlo, assieme al cucchiaio, al suo posto di fronte al cliente, la cui faccia era rimasta per tutto il tempo nascosta dalle pagine di carta. Questi, abbassando il suo giornale, però gli domandò con candore: di grazia, l’avete trovato anche voi il pettine?
Le comari stavano per ridacchiare per l’ennesima volta, ostentando un’espressione quasi disgustata per la barzelletta ributtante, quando i pulcini urlarono dall’esterno: subito, tutte le galline si precipitarono a guardare cosa avesse turbato la serenità della fattoria.
Vi trovarono la volpe arancione, incastrata in una tagliola per cinghiali, che le aveva fracassato il cranio in più punti, ancora gemente per l’agonia. A sentire le spiegazioni dei pulcini terrorizzati, aveva infilato il muso spontaneamente in quella trappola mortale.

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