Il salice

Sento le anime nude ribellarsi
fra le canne baciate nel torrente.
Annuso l’erba in gemme lamentarsi
nei canti sordomuti in mezzo al niente.
Fiumi e sali di miele e vino sparsi
per la musica cupa, l’io piangente
dorarsi e se svegliato intrufolarsi
nei ramoscelli visti da una lente
che deforma la corteccia nel sogno
con abito di luce e di tepore
cucito quando non piace la notte
venutami nell’ora del bisogno
di credere – io, l’albero: il cuore
che all’intonaco del cielo dà botte
e cicale e marmotte
sono fantasmi appisolati in me
di cui sono l’ostaggio alla mercé,
regina senza re,
una vergine segreta alla torre
intenta a dominare ciò che scorre
e indolente trasporre
colori dal legno per risciacquare
la schiavitù che dovrei espiare.