Io zanzara

Non riuscivo in volo. Ali giganti
volevo per alzarmi – arroganza!
Non sono l’albatro in ceppi deriso
ma vengo presa in giro. Concludevo
le ali non fossero altro che pesanti
non giganti. Dopo mi sorprendevo
vista allo specchio. Ero la zanzara
e le ali presunte un po’ troppo forti
ma brutte come quelle d’un demonio.
L’eterno bandito dal paradiso
non ero io. Le ali, mie mie, leggere
strimpellavano l’onomatopea
che morde le carni, e non sapevo
che volare con ali da zanzara.
L’inverso dare ali d’insetto al drago
avrebbe impedito lo stesso il volo.
Non ero il drago né l’uccello grande.
Ero la zanzara, un bel fastidio
illusosi di potere allunare
e parlare con uomini importanti
già pigolati. M’illudevo sempre
di farmi bella bella tra le stelle
ma non ero nemmeno un’astronave.
Io non posso avere rami d’alloro
perché la corona mi schiaccerebbe.
Mi dicevo poeta. Emettevo
cacofonie stridule e rime pessime.
L’inganno s’è dissolto. Io zanzara
sono poesia. Bevo il vostro sangue
sollazzandomi perché tocco pelle
d’altra poesia, poi vi rubo sempre.
Verrò finita la notte da mani
più solide delle mie zampe corte.
Allora, nella morte, sarò versi
per l’umano con la finestra chiusa
e gli alberi rasi e il cielo nell’ombra
perché gli alberi abbracceranno stelle
e la luna martellerà nel cuore
dentro lui, nei punti creati da me.