L’imperatrice

Fui concepita sul piano d’esistenza degli astri, come grumo di pensiero, dall’amplesso di due amanti che consumarono il loro tormentato amore durante la prima notte di nozze; era un’estate afosa e sudata. In quell’eterea dimensione tutto era emozione, colore, luce, flusso d’energie, di pensieri diretti alla mia mente senza l’ausilio imperfetto dei linguaggi parlati da individui composti da solida carne. I suoi abitanti erano come me: poco più che nuvole e invisibili ai mortali, dotati d’intelligenza ma senza scopo e sempre in attesa d’un segnale, d’una carica d’energia che avrebbe consentito loro di venire al mondo nel vero senso della parola. Alcuni di loro, però, accettavano di buon grado quel tipo d’esistenza e non aspiravano ad altro: vivevano nelle correnti dei fiumi, nella forza dirompente del fulmine, nel battito della pioggia scrosciante, persino nei cuori degli uomini. Erano il nucleo celato d’Eredroth, il “tutto che esiste”, il suo cuore inviolabile, il suo fuoco sotterraneo.

Nacqui in forma materiale successivamente, nel corso d’una notte dalle stelle infuocate per il sangue innocente appena versato, durante un inverno rigidissimo, quando un lembo di nebbia perlacea si levò dalla superficie d’un lago ghiacciato allungandosi come un dito ondulato verso la volta celeste a sfiorare lo scoppio d’una cometa nel cielo piangente, proprio mentre due innamorati su pattini d’argento al centro del lago, scampati alla furiosa battaglia che aveva decimato gli abitanti di quelle terre, si abbracciavano scambiandosi il più intenso dei baci d’amore.

Nacqui nella forma d’una delle creature più fragili del creato: una fata. Eltair era il mio nuovo mondo, o semplicemente “terra”, come dicevano le genti del luogo.
Per lunghi anni (o secoli) rimasi in un luogo protetto magicamente dai pericoli e dalle ambizioni avide dei popoli. Nella foresta incantata il tempo non scorreva. Inoltre, una barriera permetteva l’accesso soltanto a coloro i quali serbassero nell’animo luminose intenzioni nei confronti degli esseri che ivi vivevano in pace. Molte fate erano in quel luogo con altri esseri di puro spirito dalle forme più svariate, giunti a Eltair tramite la medesima via percorsa da me. Sacerdoti di vari culti e incantatori di tutte le categorie si recavano spesso a Luyana in cerca della benedizione delle anziane e dei loro saggi consigli, giungendo con profezie e con ricche storie di guerra e di troni in conflitto che immiserivano i comuni portando con sé carestia, povertà, odio e corruzione. C’imploravano d’ospitare, in cambio di doni prodigiosi, giovani fanciulli portatori dei più svariati talenti (chi la capacità della veggenza, chi il seme della magia innata, chi in eredità un reame in pericolo e numerosi altri predestinati) affinché ricevessero un’educazione degna del loro lignaggio, al riparo da barbarie e crudeltà.
Passai ere (non sono sicura del tempo realmente trascorso) ascoltando le loro mirabolanti storie: più costoro mi saziavano con la parola, più ricevevano in cambio da me insegnamenti in fatto di lettere, poesia, arte e musica. Quando giungeva il  momento di tornare nelle loro case natali, ove adempiere ai doveri di famiglia, ostinatamente m’imploravano di seguirli affinché potessero maritarsi con me, affascinati dalla mia perfetta bellezza e dal mio fine intelletto, meta irraggiungibile per quelle che, purtroppo, sarebbero state le loro future consorti umane. Talvolta, poteva accadere che le anziane accondiscendessero a tali richieste, permettendo a una di noi di seguire altro destino che non fosse quello di proteggere Eltair nell’inerzia del bosco immobile, ma, per quanto riguardava la sottoscritta, nulla di tutto ciò sarebbe accaduto per un tempo dilatato fino a sembrare eterno.
                                                                   
Il principe Alkaid era il primogenito del sultano d’un potente regno orientale, Rostrang, destinato a maritarsi con una fata che, dopo aver abbandonato Luyana tempo addietro, s’era lasciata sedurre dal vizio e dal potere degli uomini della sua corte, affascinando il sovrano suo padre e ammaliandone il gran consiglio fino a soggiogarlo, riducendolo a essere esclusivamente una pletora di burattini fra le sue tanto avide, quanto scaltre, mani. La foresta incantata, quando Dunyazad tentò d’inoltrarvisi nuovamente, la riconobbe come un serpente viscido che strisciasse sui carboni ardenti, marchiandola come un’esiliata. Quando la vita del sultano giunse al termine, regnò in prosperità con il proprio consorte, ma, quando la morte prese anche questi, lasciandolo senza eredi, incoronò sé stessa imperatrice e, forte dell’immortalità e dell’acume della propria specie magica, governò il reame per i secoli a venire.
                                                                   
Convocata dalla cerchia delle anziane all’improvviso, fui condotta nella sala dei sogni, innanzi allo specchio della verità che mostrò, tra veli di nebbia opalescente, come il mio nucleo energetico e le mie intenzioni, finanche le più intime e segrete, fossero puri e scevri da ambizioni personali.
In seguito, durante il consiglio, venni incaricata di recarmi a Rostrang al fine di persuadere Dunyazad a far ritorno alla foresta, ove sarebbe stata giudicata dalle anziane e avrebbe pagato il prezzo delle proprie azioni sconsiderate e malvagie.
Senza aggiungere una sola parola, ricevuto l’ordine partii immediatamente: attraversando vie impervie, non senza pericoli, raggiunsi il deserto sabbioso ove si ergeva la magnificenza del palazzo della sultana.
                                                                   
Molte leggende circolavano attorno a Rostrang, ma nessuna eguagliava la verità di ciò che vidi coi miei stessi occhi una volta giunta laggiù: un’intera città di cristallo rilucente, per via d’una volta stellata, inscalfibile, posta come cupola di protezione e adagiata sopra candide nuvole, unite tra loro da ponti circolari d’argento e disposte a spirale l’una sopra l’altra e collegate con la terra sabbiosa da un vortice di vento, che trasportava i curiosi e i viandanti in entrambe le direzioni.
Rimasi a lungo ferma osservando tale meraviglia, incapace di pensare a qualunque cosa: solamente in grado di saziarmi della bellezza tanto immacolata della capitale. Un grande traffico di mercanti e avventori di vario genere, con ricca mercanzia al seguito (doni per l’imperatrice, a quanto mi dissero) sfidava il pericolo dei mulinelli ventosi, che straordinariamente catapultavano costoro illesi lassù, nella città dei cieli.
In quel preciso momento, mi domandai come le anziane d’una modestissima (in confronto a ciò che avevo occasione d’ammirare in quell’istante) foresta posta ai margini più remoti d’Eltair, pretendessero da me (sola e vagabonda, priva di qualunque talento magico o di qualsivoglia arte in grado d’irretire le menti al mio volere) che spodestassi una sovrana assoluta, capace di trasfigurare la vera bellezza in forma solida e d’allietare i propri sudditi.
                                                                   
La sala era sfarzosamente arricchita, a pianta circolare: lungo le pareti, per ciascun semicerchio, c’erano ventiquattro finestrelle composte da pietre preziose, anziché da vetro: vidi smeraldi, diamanti, zaffiri e lapislazzuli incastonati fra loro. La pavimentazione era d’un marmo percorso da nebbiolina argentea simile al materiale incantato che componeva le nuvole che sorreggevano la città.
Dunyazad sedeva su d’uno scranno d’oro (con intarsi della consistenza del mercurio liquido a foggia di fate, unicorni, draghi e altre creature leggendarie) al centro della sala del trono. Sembrava impegnata in numerose udienze, aperte al popolo, con l’orecchio prono ai consigli dei suoi consiglieri: diatribe per il furto d’un tozzo di pane da parte d’un padre di famiglia, per una licenza non concessa a un influente mercante, per un omicidio passionale, per tasse da riscuotere e così via.
— Finalmente siete giunta a me, nella mia dimora incantata, come molte altre prima di voi, inviate dalle anziane di Luyana — disse con una voce piena di gentilezza quando mi vide, alzando lo sguardo su di me. In fondo alla sala, stavo aspettando pazientemente il mio turno per volgere parola all’imperatrice.
Coloro i quali erano in coda, tutti, si volsero verso di me con un grande stupore, ché avevo ricevuto l’onore d’essere interpellata direttamente da sua altezza, ch’era  davvero molto amata da tutti, almeno a giudicare dalle sentenze emesse, ricche di saggezza e clemenza verso ciascuno di loro.
Timidamente mi scostai da costoro, avvicinandomi con circospezione, senza mai osar alzare lo sguardo su di lei. Quando finalmente giunsi al suo cospetto, con grazia e leggerezza fatata m’inchinai fissando ostinatamente a terra, ma senza prendere la parola.
— Sembrate molto giovane — disse, seguitando a guardarmi con un cipiglio severo. — Tuttavia, siete giunta fin qui, perlopiù incolume, nonostante un lungo viaggio e numerose insidie che credo abbiate dovuto affrontare.
— Miei servitori — continuò, voltandosi da una parte da cui apparve a velocità sorprendente un nutrito gruppo di paggi e guardie. — Accompagnatela in un alloggio. Che sia trattata come un’ospite di riguardo. Sorvegliate la sua porta, non perdetela di vista un attimo.
L’ordine venne eseguito immediatamente: fui scortata, non senza garbo, e chiusa a chiave in una camera non meno lussuosa, dove trascorsi, senza essere disturbata e in completo silenzio e solitudine, tre lunghi giorni di meditazione.
                                                                   
Scandendo il mio nome, ruppe d’improvviso il silenzio della mia “cella” niente meno che Dunyazad, chiudendo la porta dietro di sé: — Vi prego di perdonarmi, Gwilith.
Avvicinatasi a me, sedutasi in poltrona, con un sorriso benevolo sulle labbra e la sua consueta voce ammaliante, aggiunse: — Non vi sorprenderà, difatti, sapere che io conosca il vostro nome e le vostre sembianze. Eravate una delle ultime giovani appena giunte a Luyana tramite la congiuntura astrale, prima che io partissi in viaggio con il principe Alkaid.
Si sedette a sua volta accanto a me, dopodiché, allo stesso modo, continuò: —  Così come rammento questo, serbo memoria dei vostri talenti: il vostro mirabile talento per la musica, per il canto e per la poesia è giunto sino alle mie orecchie, superato solamente, a quanto riportano molte storie, da un fascino capace di piegare anche il più retto dei miei generali. Vedo che, però, la timidezza e il riserbo non sono, di certo, fra le ultime vostre virtù.
— Altezza imperiale — soggiunsi, dopo qualche minuto di prudente silenzio. — Le mie modeste doti sono assai poca cosa rispetto a ciò che si dice di voi. Le anziane vi hanno scomunicata ed io, giovane qual sono, giungo alla vostra corte in qualità d’ambasciatrice di Luyana, ma è anche vero che ho udito molti racconti, e, constatatane la veridicità con questo mio sguardo e questo mio udito, non posso che convenire sul fatto che che siate la più saggia, accorta e generosa tra le fate d’Eltair.
Esitai per un attimo. — Siete una signora di magia. Io non credo affatto che meritiate il marchio che vi disonora.
— No, Gwilith — sibilò in risposta, con una dolcezza sibillina nella voce, una luce inquietante negli occhi e una profonda amarezza incisa sul viso inquieto. — Ho meritato di portare quel marchio.
Detto questo si alzò, e, senza aggiungere altro, uscì dalla stanza, che venne di nuovo chiusa a chiave a molte mandate.
                                                                   
Nei giorni successivi, scortata dalle guardie, fui condotta all’esterno del palazzo imperiale a visitare il regno. Nei cieli di Rostrang, sospesi sulle nubi da un potente incantesimo, scorrevano fiumi d’acqua cristallina e luminescente, oppure di miele, di latte e di vino, come se quel posto fosse sul serio il paradiso nel quale gli esseri umani soventemente speravano. Numerose fontane facevano zampillare oro e argento liquidi nelle piazze, dove alte abitazioni erano costituite da una filigrana d’un metallo bianco che per lucore superava le stelle e qualunque metallo lavorato dai comuni mortali che abitavano la terra più in basso. V’erano alberi e frutteti in abbondanza che recavano non fiori e mele, bensì rubini. Effimera bruma percorreva ogni anfratto luminoso, dipingendolo delle sfumature dei sogni.
                                                                   
Rientrai a palazzo e, giunta nelle mie stanze, la trovai ad attendermi in piedi davanti alla finestra, di spalle. Non appena chiusi la porta alle mie spalle, si voltò a guardarmi intensamente, con una tristezza infinita ma sorridente che promanava dalla sua figura.
— Vi devo alcune spiegazioni, mia gradita ospite — mi disse, invitandomi con un cenno ad accomodarmi. Così fece anche Dunyazad, dopo di me: ci sedemmo sulle medesime poltrone su cui avevamo intrattenuto il nostro precedente, per quanto breve, scambio di battute. Trascorsero diversi minuti, durante i quali mi scrutò con uno sguardo vuoto, prima di cominciare a narrare la propria storia.
— Un tempo, ero una giovane fata di Luyana, proprio come voi.
Si prese una pausa.
— In seguito al mio congiungimento dal piano degli astri al mondo fisico chiamato Eltair, l’incantesimo della congiuntura mi catapultò istantaneamente nella foresta incantata, com’è scritto dagli albori della creazione che sarà in sorte per tutte le forme-pensiero, affinché siano tenute al riparo, in una zona invisibile, oltre che inviolabile, ai confini delle terre umane — spiegò.
— Ciò accadde in tempi assai remoti. Luyana prosperava e le più grandi personalità che un giorno avrebbero governato il nostro mondo erano destinate a transitare da lì, affinché ricevessero un’educazione d’alto livello prima d’intraprendere “eroiche imprese”.
Il suo sarcasmo fu breve e lampante: — Io stessa fui una delle prime, educata dalle anziane d’allora alla matematica, alla storia, alla filosofia e alle belle arti. Trasmisi il mio sapere alle future generazioni di grandi della terra. Per me trascorsero moltissime ere così.
— Il principe Alkaid era un bambino di dieci anni quando venne condotto da noi — continuò. — Il sultano suo padre desiderava il meglio per il suo primogenito e fu così che implorò la madre delle anziane, quand’egli era ancora un infante, di concedergli una di noi in sposa, quando fosse giunto il suo sedicesimo compleanno.
Mi osservò con grande attenzione per un momento, dopodiché riprese a parlare, con una frase secca che, comunque, non travalicò i confini della sua perfetta urbanità: — La scelta cadde su di me.
Il suo volto era tirato dalla stanchezza, quasi subisse lo scorrere del tempo come i mortali, anche se naturalmente non era vero. Chiuse gli occhi.
— Accettai il mio destino, attendendo. Quando giunse il nostro momento, partimmo per Rostrang. Al tempo il reame, a chiamarlo così, era poco più che una stalla nel deserto, una tendopoli segnata da carenza d’acqua e da numerose carestie, da barbarie e da generalizzata ignoranza, oltre che da difficili comunicazioni con le vie commerciali. Alla morte del padre, ben presto il principe Alkaid, lontano dall’osservazione delle sapienti fate, mostrò d’avere un’indole molto diversa da quella precedentemente ostentata. Era iroso, desideroso di sfoggiare vittorie e concubine, di spargere sangue innocente per “elevare” il proprio nome. Oppresse duramente il popolo e portò il regno sull’orlo della bancarotta per via di spese militari dissennate, nonostante le numerose sconfitte in battaglia recassero la rovina.
Riaprì gli occhi.
— Presi allora la mia decisione: forte dell’immunità ai veleni della mia specie, m’umettai le labbra e, una notte, m’infilai nel talamo nuziale. Egli, nella sua grande insipienza, immaginò che sua moglie si fosse semplicemente addolcita e avesse preso la decisione d’accondiscendere, infine, ai propri doveri coniugali, così ricambiò il mio bacio. Da quella notte, ne fui liberata.
Il suo sguardo, mentre aggiungeva quell’ultima specificazione, era più terribile che mai, come un’ira fredda da cui sprigionasse un vapore bollente.
— Il popolo, perlomeno ciò che ne restava, fu coeso nell’acclamarmi sua imperatrice quando annunciai pubblicamente la morte di Alkaid, per mia mano!
                                                                   
Dopo la confessione, rimasi in silenzio a lungo, osservando quel che pareva rimorso per il delitto commesso e allo stesso tempo sollievo. Non riuscii a non domandare: — Perdonate, altezza, se mi è concesso chiedere: in che modo avete trasformato quello che avete definito un parco di tende e barbarie nella bellezza superna d’una città dei cieli edificata sulle nuvole? Com’è possibile, signora di magia, compiere un simile prodigio, al di fuori della portata dei più grandi incantatori esistiti dall’inizio dei tempi?
— Non sono una signora di magia — rispose Dunyazad. — Ho regnato su Rostrang, come avete detto, con l’acume e la saggezza che mi sono stati concessi per nascita, portandovi prosperità, arte, scienza, istruzione e fiorenti commerci, ma nulla di più che questo, o giovane fata. Ad altri spetta il merito delle meraviglie cui avete assistito nel mio reame.
Rimasi letteralmente sbalordita dalla sincerità di tale risposta, per di più da parte d’una sultana del suo lignaggio.
— Venite domani, ambasciatrice di Luyana, nelle mie stanze private — disse. — La vostra curiosità verrà appagata.
                                                                   
L’indomani fui ricevuta dall’imperatrice. L’alloggio era maestoso: ogni mobile era d’un cristallo splendente pitturato d’oro, ogni tendaggio rifulgeva dei colori dell’arcobaleno.
— Eccovi, amica mia — sussurrò quando mi vide, con un sorriso appena accennato. — Ben giunta.
Senza preamboli, da un cassetto estrasse un piccolo portagioie, da cui fuoriuscì, un comunissimo anello di bronzo, una sorta di fede nuziale senza fronzoli ad impreziosirla.
— Prendetelo — disse. — Indossatelo. È forse, a dispetto della sua volgare apparenza, l’oggetto più prezioso in mio possesso.
                                                                   
L’indossai, ma, come l’ebbi infilato all’anulare sinistro, Dunyazad e l’appartamento scomparvero alla mia vista e tutto ciò che vi era prima venne sostituito da una stanza circolare, le cui pareti erano composte da colonne di gas, oltre cui si stagliavano immensi universi turchesi.
Innanzi a me, al centro, v’era uno sconosciuto: un uomo dalla pelle lievemente azzurrina e brillante, simile a una fata, però alto e dalla corporatura possente, con barba e capelli brizzolati e in disordine. Poveramente vestito, con le spalle incurvate in un atteggiamento umile e servile, sorrise d’un sorriso che pareva strappare parte dell’essenza dorata del sole, prima di parlare.
— Comandate, dunque — disse, con una voce baritonale e mite che condensava tutta la luce del cosmo in un suono.
Inizialmente attanagliata dalla paura, non osai pronunciare una sola sillaba in presenza di quella creatura superiore e fui tentata di sfilarmi l’anello, che tuttavia non trovai più al mio dito.
— È impossibile — aggiunse dopo il mio tentativo. — Ora che siete qui, padrona, siete vincolata a esprimere un desiderio, come io a esaudirvi. Tornerete indietro dopo averlo fatto. Non abbiate paura di me: ciò che direte sarà.
— Com’è possibile? Secondo antiche pergamene conservate nelle biblioteche della mia schiatta, la razza magica dei geni si è estinta da secoli, con la vostra guerra per la libertà, salvo tre superstiti.
— La parola scritta può mentire, fata, o narrare una versione edulcorata della verità — mormorò, con un velo d’amarezza sottile. — Orsù, parlate. In me vi è la capacità di mutare gli oggetti comuni in oro, di concedervi persino grandi ricchezze e poteri, purché ne facciate buon uso: non sarà consentito che compiate il male per mezzo d’essi, viceversa sarete condannata a essere un genio dei desideri per tutta la lunga vita d’Eltair.
Fece una pausa, scrutandomi, incurvato, con un baluginio d’autentico dolore negli occhi, laddove il viso, invece, ostentava serenità e compiacenza. — È così che io sono nato, piccola fata.
Mi sollevai in volo, avvicinandomi a lui.
— Come vi chiamate, genio? Chi eravate prima d’assumere questa forma? — domandai, con quanta più delicatezza possibile.
— Io ero Shark, figlio unigenito del sultano Golnath di Rostrang, antenato del principe Alkaid assassinato dalla vostra graziosa amica, che attende il vostro ritorno — rispose, incrinando per un attimo la sua perfetta compostezza. — Ho peccato durante gli anni del regno di mio padre. Ho violato il patto stipulato con un altro genio, mio predecessore, ambendo a conquistare terre vicine con l’inganno, versando copiosamente il sangue dei suoi abitanti più deboli. È in questo modo che, anticamente, i geni ottenevano la libertà: quando uno dei loro padroni tradiva la natura d’un contratto magico.
Il rimorso lampeggiava nel suo sguardo come una dolce tristezza senza età.
— Ma c’è un altro modo — soggiunsi. — Io non desidero perpetuare l’ingiustizia, né ottenere qualsivoglia dono a scapito della vostra esistenza, per quanto corrotta e biasimevole sia stata; né tanto meno desidero che la mia intera vita venga sigillata da un patto.
Con un incipit d’esitazione, aggiunsi: — Io desidero, in virtù del contratto che vi lega all’anello, che siate un uomo libero, Shark.
Una spirale di fumo nero avvolse costui, ma, invece di mostrarmi il suo aspetto mortale, strinse ogni cosa, riportandomi non da Dunyazad, ma in un’altra stanza a me conosciuta.
                                                       
Ero nuovamente innanzi allo specchio della verità, nella sala dei sogni, con l’immagine d’un uomo anziano che lentamente svaniva dalla sua superficie di vetro e le anziane disposte a semicerchio attorno a me, nella stessa esatta posa inquisitoria in cui le avessi lasciate prima della mia partenza da Luyana, dopo aver permesso loro di scrutare la mia anima.
— Eccoti dunque di ritorno, Gwilith — proferì confidenzialmente la madre delle anziane, avvicinandosi d’un passo, con un sorriso benevolo a fior di labbra, l’astuzia che brillava negli occhi e le mani congiunte in grembo. — Non hai esitato. Molto, molto bene.
Ero letteralmente interdetta. — Come?
— Hai contemplato la meraviglia e il potere assoluto, ma non hai esitato a scegliere la verità e la libertà, sebbene tu serbi ancora tale ambizione in te. Hai meritato di lasciare Luyana e d’inoltrarti tra le insidie dei mondi degli uomini, dove metterai alla prova le tue capacità al servizio del tutto o del nulla. Osserva.
La superficie dello specchio era improvvisamente divenuta simile a quella d’un lago increspato da onde e vortici. — È l’unica via per lasciare questo posto. Ti mostrerà la strada. Avanti, attraversala senza paure.
— Non ho paura. Ancora non desidero partire, ma intendo posticipare soltanto il fatidico giorno in cui ciò accadrà.
— Sia come vuoi.
Detto questo, la madre e le altre anziane si voltarono, e, come un’orchestra, abbandonarono la stanza, lasciandomi sola con lo specchio, che assunse nuovamente un aspetto liscio, ma con il volto compiaciuto di qualcuno di già visto, quello del genio Shark, che m’osservava solennemente dal suo interno.
— È accaduto realmente? Siete stato liberato? Perché siete ancora qui?
— Sono libero — rispose. — Tuttavia, abito il mondo dello specchio, di cui sono il guardiano e, a differenza vostra, una soglia come questa per ora non posso varcare.
— Potreste mostrarmi i mondi? Desidero scegliere fra essi, in previsione della mia partenza.
— Ma certo, fata.
                                                                   
Ero nuovamente in un luogo a me sconosciuto, risucchiata da un vento gelido all’interno dello specchio. Attorno a me vi erano macerie, fiamme e scheletri ammucchiati, uniti a lamenti spezzati che spargevano suoni senza speranza ovunque. Rifiutai interiormente quella visione, quella dimensione, rigettando l’aura di morte e desolazione che scaturiva da essa.
Fui immediatamente proiettata in un altro mondo: fui spedita all’interno di quella che pareva essere una città affollata. La gente camminava per le sue vie senza vedermi, abbigliata in modo molto strano e talvolta parlando da sola, tenendo vicino all’orecchio un particolare oggetto, che allora non compresi cosa fosse.
— Ci sentiamo più tardi — disse uno di loro, attraversandomi come se fossi un fantasma invisibile. — Ora non posso parlare al telefono.
L’oggetto era luminoso e sembrava avere lettere e numeri incisi con una specie di quadrato lucente da cui leggere righe di parole.
— È il più progredito dei mondi esistenti — spiegò la voce di Shark irrompendo dal cielo nuvoloso, cristallina in mezzo ai tuoni cupi.
Mentre cominciava a piovere, osservai ancora la gente: si proteggeva dalla pioggia con un bastone alla cui sommità era collegata una specie di cupola, entrava e usciva in assurdi edifici coronati da scritte lampeggianti, saliva su terrificanti carrozze (in altro modo non saprei definirle) che sfrecciavano da sole per le strade senza essere trainate da cavalli. Quale prodigioso incantesimo le muoveva?
— Troppo estraneo è a ciò che posso comprendere. Portatemi in un’altra dimensione che sia simile al mondo esterno che lo specchio mi mostrò quando, in una visione, abbandonai Luyana in cerca di Dunyazad.
— D’accordo.
Il vento gelido m’avrebbe avvolta molte altre volte.
                                                                   
Di ritorno dal mio ultimo “viaggio”, dopo innumerevoli prove, verifiche scrupolose e sfiancanti, scelsi un mondo conosciuto col nome di Yarth e volsi le spalle alla sala dei sogni, ritirandomi in un anfratto solitario ove meditare in pace.
Ero così assorta in peregrinazioni di pensiero che non m’accorsi di nulla, quando ella apparve d’improvviso innanzi a me. Dunyazad, tornata finalmente a Luyana dopo gli estenuanti secoli bui del suo esilio, era molto diversa da come la ricordassi: non v’era più bellezza o incanto nel suo sguardo, ma solo un’indecifrabile stanchezza; piegata su sé stessa, si sedette accanto a me e mi sorrise, d’un sorriso denso d’ombre e tirato; la sua luminescenza fatata faticava a emergere, come se ne fosse stata svuotata dalle profondità del  suo spirito.
— Cosa intendete fare? — mi chiese.
— Camminare sulle nuvole, disegnare le stelle, esplorare le meraviglie recondite dei mari, cavalcare con i draghi: scoperchiare le chiavi inviolate della realtà — sussurrai con un filo di voce, dal mio giaciglio ricavato da una morbida ragnatela fra i rami, ma cogli occhi incollati al firmamento tinteggiato di blu e di lumi che si stendeva sulla vecchia foresta.
Una risatina sommessa ma composta, dopo qualche minuto di silenzio, fu la sola risposta che ottenni.

Il corridoio dimensionale era avvinto da un’ombra nebulosa e corrosiva che si spandeva in tentacoli multiformi, che s’addensava in numerose forme antropomorfe, oppure in altre, orribili a vedersi, solidificandosi nell’aspetto di creature mostruose che gli incubi degli uomini non conoscono, né forse vedranno mai, poiché vanno ben oltre la capacità d’immaginazione delle loro piccole menti, eccettuati fra loro i saggi e i forti.
L’ombra gocciolava ed era acido verdognolo sui miei capelli e sulle mie vesti, ma la sensazione che una fiamma malvagia bruciasse le mie carni era solo nella mia mente: potevo sentire la mia pelle squagliarsi, sciogliersi lentamente, ma trattenevo le urla, ché gli occhi miei restituivano sempre l’immagine del mio involucro integro e immacolato, come quello d’una madonna candida, di fronte agli specchi che rivestivano le pareti fluttuanti del tunnel. Quelle urla, tuttavia, risuonavano nelle viscere, sebbene fossero solamente allucinazione.
Il fetore immondo di moltitudini di corpi ammucchiati in fosse umide, in decomposizione da secoli, sulle cui ossa aderivano ancora rimasugli di cartilagine e di muscoli recisi dal ferro delle lame, nauseava inducendo il vomito, perché mescolato al profumo di gigli e di miele, perché accostato ai gusti dolciastri d’una primavera surreale, alle voci allegre e ai pianti capricciosi dell’infanzia, agli ansiti rochi e alle carezze intime degli amanti, ai molti colori dell’innocenza, dell’amore, di ciò che all’unanimità esseri d’ogni credo, razza e stirpe considerano espressione del creatore.
La tenebra, sobillando con voce piena di dolcezza come quella del più alto degli angeli, talora invece con un raschio cavernoso simile al ruggito d’un drago sputato fuori dagli inferi più terrifici, rimbombava nel corridoio, così come nelle profondità della mia anima sola, che ascoltava fin troppo a lungo certe sue lusinghe sprofondando nel dubbio. Cercava, senza requie, di dissuadermi dalla mia intenzione, prima salda, ora malferma, di raggiungere la porta di Yarth, mostrandomene altre: erano i varchi d’accesso d’altri mondi, oltre i quali, se avessi seguito con devozione il suo “consiglio”, sarei potuta divenire un monarca assoluto, oppure una potente strega, oppure qualunque cosa la zona più lurida e nera del mio spirito “puro” (immortale eppure non interamente fedele alla luce) avesse mai desiderato: impugnare uno scettro sotto l’egida della tirannide, illuminata tra gli illuminati, grande tra i grandi, seduta su d’uno scranno d’oro e magia, come quello di Dunyazad!
Sfilavano, accanto a me, sepolte fra gli specchi, le possenti porte di trasparente cristallo che permettevano d’intravedere, grazie ai lumi oscillanti di numerose lampade poste ai loro lati, il mondo il cui accesso gelosamente custodivano. Erano chiuse da incantamenti vari, ch’erano sigilli d’antichissime rune probabilmente dimenticate e forse addirittura risalenti alla preistoria della creazione, oppure veri e propri lucchetti dal meccanismo altrettanto sofisticato.
Le urla disumane e feroci, le ombre, le fosse colme di morte viva e sudata, parevano soltanto fatue rimembranze estratte dal sogno grottesco d’una bambina irrequieta che nei recessi profondi di me stessa sculacciavo, dimentica degli orrori terribili cui poc’anzi avessi assistito, come se un incantesimo d’oblio (forse proprio quello) d’improvviso avesse rasserenato la mia mente e il mio cuore stanchi del male che, pure, già da prima s’annidava in me, tessendo ragnatele invisibili nel mio inconscio e soffocandomi con grovigli di serpe nei momenti di veglia: noi fate non possediamo, difatti, il dono del sonno, del riposo da noi stesse e dall’orrore che rappresentiamo.
                                                                   
Riconobbi la soglia per via d’un simbolo a forma di foglia di faggio inciso a fianco, verdognolo come erba ricoperta da brillanti di rugiada d’una mattina invernale; di preciso non so in che modo, ma furono i miei sensi, annebbiati da qualche magia, a suggerirmi quell’immagine poetica che mi permise di distinguere correttamente la runa fra le altre inserite in disegni dalle geometrie improbabili, proprio come avevano preconizzato per me le anziane.
Tesi entrambe le mani a sfiorare quel simbolo di potenza, allorché la porta si schiuse per me, come se il velo di cristallo che ne componeva la materia apparente si fosse dissipato in un batter d’occhio, senza far rumore.
Le allucinazioni scomparvero, la tenebra smise di sussurrarmi l’atroce tormento nell’anima, che allora mi parve nuovamente “pura”: ogni eco lasciò spazio a un profondissimo senso di pace interna che nulla avrebbe potuto spazzare via.
Ero pronta a inoltrarmi nel nuovo mondo, fiduciosa nelle mie capacità e ingenua, quando al mio fianco si materializzò una copia di me stessa, di cui mi colpì la disperazione in occhi bellissimi ma lucidi, identici ai miei: fu come addentrarsi in un lago inquinato, empio di morte, denso di corruzione, finanche di potere, tanto da farmi presto distogliere lo sguardo da esso, tanta era la mia vergogna.
Era scura come carbone nei capelli e negli occhi, ma scolpita con argentate tinte e con un mantello d’aurora e d’ombra intrecciate a coprirne, svelandole in parte, le nudità sorprendenti. Negli occhi suoi un mare cupo di dolore come il cielo tempestoso, nei miei l’incertezza di chi sia normalmente troppo sicura di sé, colla curiosità morbosa della bambina che timidamente luccicava agli angoli di pupille nere e colle labbra semichiuse, ma timorose di dar fiato alla parola.
Dopo un interminabile silenzio, l’altra parlò. Fu lapidaria.
— Non ne hai abbastanza d’eseguire gli ordini incomprensibili del cerchio delle anziane? Non sei forse stufa, fata, di tutti questi secoli di prigionia vissuta in un umido, buio, povero pertugio sepolto in mezzo ai boschi? Forse non ti ha insegnato nulla la storia di Dunyazad?
— Cosa intendi dire? — chiesi, indisposta da quel suo modo d’atteggiarsi arrogante e canzonatorio.
— Oh no, no, no, no — disse con voce di miele e veleno rancido, che, in seguito, divenne molto più educata e conciliante. — Di certo, non sarò io, che pure ho veduto il futuro che verrà, a svelarti ciò che ti accadrà. Ho solamente una raccomandazione per te, Gwilith la giovane.
Aggrottò la fronte, studiandomi a lungo con un cipiglio severo ed egualmente perplesso, per poi di trincerarsi dietro una maschera d’inespressività marmorea, lucendo proprio come una fata, come la mia gemella mai nata: la notte più nera e pericolosa baluginava nel suo sguardo ammaliante e sul suo sorrisetto carezzevole. Allungò le mani a sfiorarmi delicatamente il viso e il suo tocco fu gelido, poco rassicurante. — Non cercare di tornare indietro, bambina. Va’ sempre avanti. Voltarti per guardare le orme già percorse potrebbe costarti molto più della vita.
Terminò con un sospiro esile, dopodiché la sua immagine, ancora colle mani sulle mie guance tremanti, svanì in un brivido di vento.

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