Allungo ambo le mani, le ferite
tra i solchi delle dita, ma rosseggiano
ali crepuscolari, di falene
l’agonia musicale che s’invola

oltrepassando siepi rifiorite
nell’aia lucciolante, poi veleggiano
tardivamente altre ali, di sirene
dall’ululato folle alla gragnola

su tetti di civette, fra le vite
presto sacrificate – e spumeggiano
di già verso finali di catene
collaudate lettighe nell’aiuola

dei cuori infartuati, senza uscite
più in là del recinto, non lampeggiano
mai gli sguardi fatali sulle scene
perché non di romanzo o moviola

trattasi ma di storia triste e vera,
fotogramma d’un velo nella sera

che sì cara raggiunge le scintille
veloci della morte, le pupille

nel buio spalancato, una resa
senza medaglie e plausi, la mia cera
su parabrezza sciolta, la bandiera
d’altro dio, la tivù cerebrolesa

e se poi resto al filo d’oro appesa
fanno in tempo a incastrare nella presa

di corrente alternata dignità,
dal momento che ben poco si sa

di cos’accada davvero nel sogno
vegetativo di smarrita gente,
però sa quasi tutto e non si pente
l’ignoto uno sull’auto del mio sogno

truffatore di ciò cui più agogno
sul pedale del proprio fabbisogno

per aver accelerato di più
con il medio all’insù.