La cosa

Non voglio più stelle ma trafiggermi
con spighe di grano. Ambisco al cielo
gemmato nella mia casa di fango.
Desidero il tuorlo lunare solo
riflesso nello stagno delle rane.
E su vette lontane fare il bagno
in anse ghiacciate. Voglio pungermi
con l’arcolaio opposto del risveglio.
Bere alla fonte acque di poesia
le cui mani sacre furono care.
Vivere appieno l’ombra
che m’ulula lupi inconsci nel bosco
prima che le braccia di morti veri
mi sposino al suolo di un’altra tomba.
Stare nel cemento con tutti i vermi
spuntati fra le meningi. Prendermi
la morte viva nel bacio estremo.
Rovinare il pianto d’uccelli in stallo
i cui versi gridano nel pleonasmo.
Coprirmi con un velo per ripicca
volta a coloro che vietano i metri
rincorsi con la testa su una picca,
la mia, o la loro, nessuno sa.
Voglio le strade grigie desolate
del pianeta spento da sole e spari.
Il fuoco tra le sillabe spezzate
correndo sul baio dodecafonico,
lo scherzo cui nego l’accento tonico
in fughe scordate al piano.
Giuro sul mio demone: vincerò
ma per ora strilla il quaquaraquà
della porta accanto. Anche l’eterno
riesuma cadaveri dal mare
convincendomi a rinchiudere in bare
la cosa che definire non so.
Fino ad allora veglio nello spasmo
d’ali pesanti non adatte al volo
in teca di cristallo
e squittisce in me qualche topolino
e la mosca che il ragno mangerà
e canto.