Poesie

La grigliata

Siamo le trote evase dal ruscello
attaccate alla lenza pescatrice
illuse nel suo gioco.
L’animale ci pesca, noi crediamo

la poesia nell’aria, abbocchiamo
felici pesci rossi, ed amiamo
sino all’ultimo l’arpione fatale
e diciamo: r-esisto, quindi l’amo

immagine d’uccello sfigurata
nel giaciglio del fiume deformata
da scorrimento d’acqua traspirata
nelle branchie, nell’insenatura

l’assedio degli istanti in successione
linee rette tese ad infinito
parallele illusioni dell’unione

intersezioni improbabili sempre
quando ci dimeniamo sollevate
da pesantezze liquide
e fugate

membra polpose così destinate
alla cottura in quel d’universale
smarrendo il senno presto poi vediamo

le stelle essere eguali alle lenzuola
di nuotate alla noia, cercavamo
un letto differente, e moriamo

scoprendo l’animale essere il reale

poeta, uomo
lordatosi nei fanghi
entropie nel bagnato senza ranghi,
ceti, razze, età, né congiuntura
di ricchezze, né supposta
virtù

e con le pinne all’insù già friggiamo
gridando ancora — l’amo l’amo l’amo,
sì cara m’eri boccia.

38 pensieri su “La grigliata”

  1. Erika dice:

    Viene voglia di leggerla e rileggerla per scoprire ogni volta un nuovo dettaglio!

  2. LuxOr dice:

    Ah, che nostalgia! Nominandomi Barthes mi riporti ai tempi dell’Università. Quanti ricordi, quanti momenti belli. Il grado zero della scrittura. Camus e Queneau. Due grandi scrittori. Li adoro entrambi, ma per un soffio preferisco Queneau… ehm scusami. Non ho parole per descrivere un’altra ottima lirica. Ho letto nei commenti dei quattro livelli. In effetti sono bene evidenziati e molto interessanti. Mi piace il livello della trota che si vuole elevare. In effetti come dice Baudelaire ne “Lo spleen di Parigi” (XLVI-L’aureola perduta), il poeta perde l’aureola nel fango del macadam. Scrive Baudelaire “Ora posso andarmene in giro in incognito, compiere azioni basse, darmi ai bagordi come i comuni mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!” La trota dovrebbe stare nella sua pozza per elevarsi, per vivere in pieno le sue tre dimensioni, perché lo stagno non è bidimensionale come in Flatlandia. Leggo tutto questo nella tua poesia. Mi induce a riflettere. Una volta scrivevo saggi di cinema (ma anche pittura e poesia) su un mio blog che ho abbandonato nel web. Le mani mi prudono, la tastiera scalpita. Devo resistere. Mi verrebbe da scrivere un saggio. Mi stati tentando, devo resistere. Per quanto riguarda il grado zero… preferisci Queneau o Camus? Personalmente, se mi è permesso esprimere (e spero di non sbagliarmi) questa poesia mi sembra più vicina al versante Queneau-Calvino (tra l’altro due Oulipiani, se mi permetti il neologismo) che a quello Camus-Pavese. Lo so, mi sono trasferito nel romanzo, ma la “storia” della trota mi ha stimolato e ho trasferito mentalmente le mie riflessioni nel romanzo. Un momento! Mi sto dilungando troppo. Ti prego di perdonare questo vecchio vanesio che si sta solo divertendo a creare un altro testo come direbbe **** (No, non cito più, altrimenti qui non si finisce). Dicevo del grado zero. Endecasillabo sciolto tra l’altro il verso principe dei traduttori italiani (mi basta citare l’esametro latino dell’Eneide trasformato nell’endecasillabo sciolto nella traduzione di Annibal Caro). Lo hai usato magistralmente e quando lo abbandoni per i settenari messi davanti a un quaternario o viceversa è sicuramente per sottolineare un momento cruciale (oserei dire uno “Spannung” narrativo) come ad esempio in “poeta, uomo/ lordatosi nei fanghi” (il poeta con l’aureola che la perde nel fango del macadam). Qui sottolinei l’altezza del poeta che vive nella sua torre d’avorio ma che “deve” sporcarsi le mani nel fango (non sai quanto condivido questa tua consapevolezza) ma sopratutto quando con una forza incredibile (personalmente non ne avrei avuto il coraggio) lo trasformi in un ottonario + bisillabo tronco (endecasillabo con quinta tonica: “di ricchezze, né supposta/virtù ): pazzesco! Vedo che il terzo verso è un settenario e mi pare di scorgere un verso di dodici sillabe (sicuramente voluto): “da scorrimento dell’acqua traspirata” (tra l’altro 4,7 mi pare, perché quello sul 6 mi sembra molto debole). Scusa se smetto, ma mi pare di avere scritto un poema. Comunque in sintesi: m e r a v i g l i a.

    1. Irene Rapelli dice:

      No, come vedi, anch’io ho sviste: ho cambiato ora “da scorrimento dell’acqua traspirata” in “da scorrimento | d’acqua | traspirata”, che come vedi è non solo un endecasillabo, ma persino la mia ultima revisione sul pc (ho caricato in articolo quella sbagliata, le tengo tutte in disordine in uno stesso file e ogni tanto mi capita di copiarne una precedente in wordpress).
      Per il resto, purtroppo non posso scegliere fra Queneau o Camus perché non li ho studiati (io studio Giurisprudenza, non Lettere, per ora). Conosco solo di Barthes Il grado zero della scrittura. Non sei la prima persona a dire che le mie poesie talvolta rimandino a Calvino.
      Ci sono cinque livelli: il grado zero, per come l’intende Barthes; il primo grado, letterale e narrativo; il secondo, a sfondo sessuale e ambiguo; il terzo, ciò che hai detto sul poeta che deve perdere l’aureola; il quarto, che è una specie di auto-analisi junghiana del mio “io” invisibile e frammentato (come Le città invisibili). Del quarto livello, il più profondo, esito a parlare, per pudore.
      Meraviglia, dici. Ti ha regalato anche risate? Grazie, per tutto.

      1. LuxOr dice:

        Bene la revisione, ma ti confesso che mi piaceva anche così (1,4,7) con ritmo dattilico, discendente. Certo, poi c’era la sillaba in più, ma non sarebbe stato grave. Queneau è più “colloquiale” ricorda più Calvino e come Calvino amante della sperimentazione. Entrambi sono stati membri dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle, in italiano”Officina di letteratura potenziale”). Due scrittori immensi. Capisco, “Le città invisibili”, un altro capolavoro di Calvino. Quale città sei tra quelle citate da Marco Polo? (Scherzo). 😉 Buonanotte, carissima.

      2. Irene Rapelli dice:

        Mi sono rimaste impresse le città di Zaira e di Zobeide. M’identificavo maggiormente nella città, di cui non ricordo il nome, dove nessuno parlava con gli altri – credo di ricordare. Ogni città teneva frammenti di me tuttavia. Buonanotte, a presto.

      3. LuxOr dice:

        Ciao Irene. Riapro oggi il blog dopo alcuni giorni di degenza in ospedale. Scusami per il ritardo. Tra l’altro devo trascorre per alcuni giorni molto tempo a letto. Non sai quanto mi dispiace perché per il momento posso dedicarmi poco alla lettura delle poesie degli amici poeti. Neppure io ricordo bene il nome delle città perché ho letto il libro tanto tempo fa. Un caro saluto.

      4. Irene Rapelli dice:

        Nemmeno io ricordo bene il nome delle città di Calvino per lo stesso motivo – e non preoccuparti neanche per il ritardo, immaginavo infatti tu fossi occupato nella convalescenza di cui mi avevi parlato, per l’intervento. Ti auguro una pronta guarigione: m’avevi detto che non era nulla di grave. Un sorriso, a presto.

      5. LuxOr dice:

        Infatti, una operazione programmata ma molto fastidiosa anche se dovrei rimettermi in circa venti giorni. Grazie.

      6. Irene Rapelli dice:

        Ti sono vicina, stretta con il pensiero. Se vuoi, e puoi, scrivimi qualcosa, qualsiasi cosa, fallo se ti fa stare meglio. Io non disturberò, fino al tuo ritorno. Ti manderò, tuttavia, un saluto ogni tanto – senza sbrodolare link, la precisazione è dovere. Riprenditi al meglio, al più presto.

      7. LuxOr dice:

        Nel poco tempo che starò seduto leggerò le vostre poesie, magari con maggiore lentezza ma qualcosa leggerò. Ti ringrazio per la disponibilità. Puoi mandarmi tutti i link che vuoi. Ho visto che hai pubblicato alcune poesie. Le leggerò.

      8. Irene Rapelli dice:

        La mia disponibilità è contenta d’essere disponibile. Grazie – a te, caro.

      9. LuxOr dice:

        😄👍

  3. almerighi dice:

    trovo interessante il concetto di animale che pesca un altro animale

    1. Irene Rapelli dice:

      L’uomo, il pescatore con la lenza, è un animale, come la trota che viene pescata per finire grigliata.

      Ti incollo la mia risposta al commento di Biagina Danieli: “Il primo livello è narrativo: c’è un pescatore che prende trote per cucinarle, letteralmente, usando la lenza. Secondo livello: allusioni e doppi-tripli sensi a iosa a sfondo sessuale. Terzo livello, il più profondo: la trota è simbolo del rapporto ambivalente del poeta con infinito, bellezza, cielo, morte; il desiderio del poeta d’accedere alla poesia travalica l’istinto di sopravvivenza; il rapporto è un’illusione perché il vero poeta è il pescatore, in quanto uomo artefice del proprio destino proprio come è artefice della pesca il pescatore; in ultimo la vera poesia si trova più nei fanghi che tra le stelle, quindi la trota non è un vero poeta, volendo raggiungere l’aria, uscendo dal letto di fango del suo fiume; dice l’amo tre volte, e molte altre, ma è sia amore sia odio, perché l’amo, il tramite verso il cielo dell’infinito, è letale per lei e le altre trote.”.

      La risposta data a Isabella Scotti: “Ci sono almeno 3 livelli di lettura, che io v’individuo, se leggi le altre mie risposte in commento, più un quarto livello, di cui non ho parlato, che è il mio io individuale.”.

      Quella per Maria Di Lanno: “È un’altra metafora, per riferirsi al fiume, siccome alla fine le trote vengono cucinate alla griglia. Per la trota era meglio essere, almeno, viva, anche se il fiume era il già conosciuto, la boccia, mentre il cielo dell’amo era l’ignoto, il resto dell’universo. La boccia rappresenta la sicurezza dell’abitudine, il non uscire dagli schemi.”.

      Devo scappare di casa, ma torno presto.
      Irene

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