La mela

Dopo un solo morso, l’effluvio dell’estate era dolcissimo, con abbondanza d’alberi maturi, dai frutti succosi, lungo le rive cantanti dell’allegro fiumiciattolo nei giardini. Ogni specie (dalla rana salterina e giuliva alla carpa che boccheggiava sul letto del corso, dal lupo ombroso alla timida pecorella bianca, dalla volpe astuta alla lepre fuggitiva, dalla capretta sognante al delicato filo d’erba che la prima non avrebbe mai mangiato) era in armonia con le altre, né aveva necessità di nutrirsi per fame, di bere per sete, oppure di costruire un riparo dal vento, dalla pioggia o dal troppo sole, né di nascondersi dai predatori in cima alla catena alimentare, né di coprire la nudità del corpo, né di costruire rifugi ove riposare. Non v’erano bisogni, né il giorno e la notte erano diversi tra loro, poiché i pensieri dell’uomo e della donna sarebbero bastati, da soli, a far comparire le stelle nel cielo pulito. Non v’erano odori sgradevoli, ma solo delicate fragranze d’ulivi in fiore. Non era morte, non era nemmeno vita. Suppongo tu abbia già compreso come fosse una noia immane per tutti, con l’aggravante di durare per sempre. Come il dipinto d’un famoso pittore: meraviglioso, immobile.

Non era il tutto, non era il nulla. Se non aveva luogo in cui esistere, era forse un pensiero nella mente del suo creatore, che girovagava dando origine ad altre creazioni, anch’esse pensieri. Se non esistevano arbitrio e libertà, allora ogni cosa era determinata dal pensiero che per primo aveva dato origine a un altro pensiero, ma i pensieri, tutti, dovevano per forza esistere all’interno d’una sorta di confezione chiusa, come la scatola nera, che non fosse influenzabile dall’esterno, affinché ogni pensiero fosse in grado di generarne un altro che si comportasse secondo un preciso schema di causa ed effetto, come voluto dal suo predecessore nella catena della mente. Se un pensiero avesse deciso d’uscire dalla scatola per farsi un giretto all’aperto, avrebbe trovato altri pensieri, oppure solo il vuoto, però, se effettivamente la scatola fosse stata autarchica e immodificabile, non avrebbe dovuto esserci nulla al suo esterno, oppure avrebbe dovuto trovarsi a così grande distanza da risultare irraggiungibile per mancanza di capacità di movimento. Se tutto fosse stato realmente immobile, pertanto, il tempo avrebbe dovuto essere fermo, o non avrebbe potuto esistere, oppure avrebbe dovuto scorrere con una lentezza esasperante. Qualunque pensiero, dal primo motore all’ultimo infinitesimo chicco, avrebbe dovuto rimanere fisso in un unico punto sin dai primordi.

Credo che l’errore di calcolo fosse insito nella possibilità, per tutti, di muoversi, quindi di generare istanti, diversi l’uno dall’altro, in successione continua. Gli urti tra i pensieri generarono a loro volta altri pensieri, che rimbalzarono fra le pareti interne della cella, finché non divennero tanto potenti da creare uno squarcio e generare una fuga, come la foce che sbocca nel mare. V’è un’altra ipotesi: che sia stato un urto proveniente dall’esterno a pungere la superficie fino a creare il buco, in seguito allargatosi fino a divenire voragine per via del crescente caos operato dalle collisioni.

Il fatto che la mente principale fosse un dio (o il dio) è un affascinante dilemma, che non m’interessa. Se gli uomini sono artefici del proprio destino, è proprio grazie al fatto che esistano al di fuori della psiche d’un qualsivoglia essere supremo — se, poi, il dio in questione esista sul serio, o sia un mero insieme vuoto, lo ignoro, ma può essere anche che l’insieme sia diventato vuoto per via della fuga attraverso la falla.

Emergono, però, alcuni aspetti interessanti: quella mente capace di generare nuovi pensieri al suo interno (i quali prendono vita propria e possiedono consistenza solida e immagine definita, all’interno dei confini prestabiliti, con inoltre l’abilità di scappare fuori dal recinto per andarsene a zonzo per i fatti loro) è in preda alle allucinazioni, in altre parole. Tutto torna: un dio – ammesso non sia invenzione o mera giustificazione del vizio elevata a somma virtù – deve essere necessariamente simile a un folle, perché solo nella mente del matto due più due fa cinque e non quattro, perché lì le regole sono liquide ed egli plasma la propria realtà senza rapportarsi all’ambiente. Difatti, se un pensiero vuole che due più due produca un certo risultato, nel paradiso terrestre tutto ciò si realizza in un batter d’occhio, anzi: non si realizza né prima, né dopo, né durante, perché ogni cosa è ferma, come nel dipinto, che rende felice chi si trovi al di fuori della sua cornice, ma mai il dipinto stesso, né i personaggi che lo popolano. Il pittore, creando l’opera d’arte, deve aver intenzionalmente inserito la capacità di muoversi nel suo quadro, oppure deve essersi dato da fare, in seguito alla realizzazione dell’affresco, per staccare i personaggi dalla tela e impiantarli su un’altra. Nel primo caso, li ha creati liberi fin da subito, nel secondo ha solo movimentato un po’ le cose, ma senza renderli autonomi. Comunque, ogni personaggio disegnatovi possiede un’esistenza propria, che scavalca le intenzioni dell’artista, racchiudendo molti più significati di quanti ne abbia voluti mettere, da principio, il suo poeta divino. Significa che ogni creazione, dopo l’impulso iniziale a esistere, possiede una natura più vasta dell’impulso stesso, come l’universo in espansione. Forse la scatola nera non s’aprì per errore, o per l’aumento dell’entropia, o per una qualche volontà superna, ma era predeterminata a determinarsi da sola. La definizione del pittore è il vero problema.

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