La tela di Penelope

Il cielo beve dalle nostre ciglia
l’acqua, la luna, la polvere e il senso
e raccoglie tutta la paccottiglia
che vomitiamo in fase di scompenso.
Il luogo di niente e di meraviglia
si torce nello stomaco, intenso
lo spasmo corre in eoni di miglia
superando le rupi nell’immenso.
Nessuno ci contempla: sarà vero?
Ulisse dopo il suo vagabondare
chiacchiera forse d’alberi (in)finiti
nell’abbraccio di stelle, lo straniero
scuce le pelli nere senza bare
con cui impauriva bambini rapiti
e fila trame e orditi
nei sudari (in)compiuti della carne
ma senza tempo non sa più che farne
e sbircia il tritacarne
che sublima pianissimo da terra
benché lampeggi feroce la guerra
e forse non afferra
la lacrima malata nell’eterno
né solleva pianeti con un perno.