Questo mezzo suono d’abisso pare
un crepitio d’eterni biancheggianti,
l’urlo immobile di tenebre care
in un microcosmo di nanoquanti

di sillabe elettriche dentro bare
d’abitudine, circostanza, noia
nel cemento d’un vuoto casolare,
con la gola tesa al nodo del boia

in mezzo a chili di robe da fare,
dove la poesia resta una scusa
per trovare azzurri in cui annegare
fuggendo da una tortura confusa,

sorridendo su che sia poi la morte
di cui si conoscono già le porte.