L’incendio che non c’è

Il piacere deruba
i ranuncoli acerbi che la bocca
esilia a maestose, tremule
follie che scivolano
dal collo al seno della parola.

Dove sono io? Non c’è
oltre il miocardio
cuore di sillabe malferme
che domini ombra nuda
e spogli l’innocenza — dov’è la poesia?

Schiudo, nella fiamma assoluta
assordante del superfluo, il crepito
resistente sott’acqua
all’erosione che leviga scheletri
di vibrazioni eterne.

Scavo nell’interstizio
baciando il silenzio afrodisiaco
che genera l’azzurro
sacrificando ciò che non affiora
del fiore che non sfioro.

  1. ottimo pezzo, ancora una volta, ma forse non c’era nemmeno bisogno di scriverlo, mi piace quell’erotismo soffuso ed esitante che è parte del detto non detto tra i versi

  2. La poesia è nella tua irrequietezza, nella tua paura, nella tua impazienza che viene dal tuo cuore e affascina la realtà e poi la ordini quando la scrivi. E se i tuoi versi mi hanno polverizzato gli occhi quando li leggevo così tanto, ti ho trovato nella tua poesia.
    Manuel

  3. incantata!
    “tremule
    follie che scivolano
    dal collo al seno della parola””
    questa immagine che io definisco immaginifica dandole la valenza di un dipinto mi prende e mi porta lontano, c’è un viaggio che percorre tutti i versi per approdare ad una chiusa che diventa epifania!! belissima non saprei cosa altro dire

    1. In realtà è riuscito… benissimo. C’è qualche piccolo cambiamento, in questa poesia: ho immaginato l’orso come metafora della fissità. Temevo però d’aver preso un abbaglio, invece non l’avevo preso… ohibò.

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