Lo sgabuzzino

Cancellando l’azzurro tra le scope
subodoro la muffa, l’indistinto
disturbo tra le cose, quasi sempre
un dipinto di rose diplomate
in vita con sei meno nella media,
le spine non aguzze dell’ingegno
veloci a riposare sulla sedia
molestando le natiche d’eterno
e vangando poeti, emigrati
a stelle in dormiveglia come i preti,
rispolverando la stessa manfrina
ogni santa mattina, fino a sera
quando spuntano i ragni sulle tele
ricreando gusto per caso di mele
nei traffici sfocati di giornata,
interpunzioni dall’oltrenatura
o cesure nel verde d’altri sensi
negate nel pantano di chi veda
già non molto lontano, in attesa
della divinità, in latitanza
dell’uomo che provveda a coltivare
virgole nell’immenso tra le bare.