Nella foresta

L’arpa saliscende
ed è luce: ali di fate dirigono ombre
e scale montuose nell’aria
su belvedere musicali.
I toni medi sono il ferro nel sangue e l’ossigeno
della sonata verso l’antica valle.
Mani d’abete e cespuglio trillano
e cavità rocciose s’increspano nell’eco
e fiamme aprono scorci nella fantasia troposferica
degli umani fantasmi.
Oasi di bosco scintillano d’aritmia
e vette di ghiaccio si sciolgono. Il popolo s’affretta
a celebrare l’evento
in cui uomini senza corde vocali
tacciono nei rituali mistici
di Chanson dans la nuit. A malapena si ricorderà
il nome del tizio — Salzedo.
Le fate illuminano nei cocci di vento
del crepuscolo senza la distrazione di stelle
asprezze tenere nell’isola dei fanciulli.
Tutto ha poi fine: astrattismi di risate
e maschere adulte sul viso
mimetizzano tragitti di case dimenticate.
I demoni cantano di nuovo
e sembra si richiudano i portali turchini
in cui lampi borbottano non uditi:
il rullo di tamburo nel clacson
spezza l’incantesimo nell’estate
e gente s’annebbia nel gorgo d’autunno
di torri in cemento. Il prezzo dell’oblio nelle ali
stampate sulla carta del biglietto.

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