Risento mie le ginocchia sbucciate
nell’antica nota di fango e cielo, montagne
nere più del silenzio
imperlate di timide falangi di luna
dire in ermetici gridi animali
il canto della terra e delle stelle, una civetta
dal verseggiare sì esile
confrontarsi alle cifre esponenziali
sbiancando dalle piume alle radici
nelle parole obliate d’un quaderno.
Camini accesi, tegole di pietra,
cenere e ragnatele sulle mani
in punta di piedi sporchi germogliavano
calpestando la viva
pelle nuda. Di madri e padri e figli
la temporanea pausa dall’usura.
Ottobre ispira la sinestesia
d’azzurro nelle ossa, ma un solido
tacere umanità, con l’assenza
nel rumore d’altri passi vicini, detta
nell’arida mente
della voce che scrive. La mia
solitudine in fiore li tratteggia
scuciti dal libretto in modo possano 
morire poi altrove, nell’appassita
voragine grigia.

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