Incipit

Mi stufo quasi d’argentei sonetti
svolti come la rima altalenante
semidecorativa dei quartetti
d’un Vivaldi, il grido petulante

in onomatopee degli archetti,
il ricamo invernale un po’ a sé stante,
la grande foga di quei poveretti
esecutori del gallo ruspante,

più che il trattore con la motosega
vorrei il chirurgo con un’iniezione
intrapsichica forsennata d’arte,

esclamo spesso ‘ehi chissenefrega’
di scale tonali nella canzone,
si provveda a stracciare questa parte

incendiando le carte
di poker secolari già caduti
su assi nel gabinetto — e saluti.

A dicembre

Non rimpiango le foglie non più verdi
da che la vita mi nega nel fango
coi buchi nelle scarpe, né gli eterni
dell’aborto che alle stelle rimando

con il medio in fallo — queste non sanno
ma deodorano di rose gli interni
nel mio vibrato d’ossa, non mi danno
l’ossigeno pulito, ma gli inferni

tra le cellule superflue a più strati
ben m’intimano ehi, vattene via
perché lassù c’è lo spazio maggiore

e in solitudine brillano i dadi,
nei rami leggeri della magia
tradottasi da ciò che lento muore.

Fiaba

L’addio alla luna tace e si dispera
la solitudine rimasta e vola
in ritardo sulla magia leggera
la luce d’una cantante usignola

anticipando la rondine e l’era
in cui le gocce rigano l’aiuola
nel cuore a lato della primavera
scoprendo di non vibrare più sola.

Un cane latra vicino al suo mare
sicuro che per quanti i giorni nuovi
non passi da lui l’ora di volare

e per quanto desiderio lui covi
ogni luna continuerà a bruciare
in sogni da cui l’uscita non trovi

e nei ceppi e nei rovi
si consuma poi la sua fiaba soave
al passaggio un po’ smorto d’una nave.

Loop

Anelavano al pane, nella vita
fuggiti dalle labbra d’un azzurro
sgorgato a bassa voce dalla terra,

rimase loro esplosa fra le dita
la linfa della morte del sussurro
reciso troppo presto nella guerra

e sanguina un armistizio romantico
all’orrore dell’errore semantico

di creature troppo tardi deviate
nel varco delle promesse crollate.

Le bandiere nel cielo sono mute
però maggiormente sotto il Sahara
lasciando al suolo il loro vecchio peso

sembra viaggino pensieri di luce
diretti al nord della stella polare,
finendo maggiormente ben più in alto

di bandiere negriere della notte,
dritti di là dalla stella polare.

Bla bla bla

Il giro nelle fogne è illuminante,
vi cresce il marcio sfolgorante,
le formiche corrono al rimasuglio
caduto in basso dalla superficie,
in alto sembra mangino puro oro
magari dell’idillico cespuglio
baciato dall’amore. Formiche
nere, rosse e bianche – ma le rosse?
Troppo abbronzate, al sole di luglio
sono poi la frattaglia ingurgitata
ai piani inferiori, il crocefisso
di scheda elettorale
con la montblanc. Se poi si sale, quasi
ci si brucia. Un cielo d’eliseo
vi gira immobile, a noi spetta
la combustione sul giallo dell’oro
del giubbottino catarifrangente.
E i topi, ne parliamo? Ceti medi
grassi mangiano briciole più grandi,
così grandi che i lupi rispuntano
dalle eterne favole popolari.
E gli uomini – fuori dal mercato
dell’agroalimentare, gettano benzina
nello stagno reale.

La gatta

Poesia scritta nell’ottobre dell’anno appena trascorso, com’epitaffio per la morte d’una gatta il cui nome sta nel titolo, dietro richiesta di mia madre. Siccome l’ho pubblicata in commento a un articolo altrui, per mantenere l’ordine la inserisco anche qui.

*

Assaltando le mosche nel prato
ora tenta di ghermir le stelle,
dai solchi d’un tetto già scalato
le dodici primavere belle,
scimmia adorata, bimba fulminata,
gomitolo nero presso vie
d’edera nell’amore sviolinata
a mo’ di pineta le cui scie
paiono laghi tristi al chiar di luna
precocemente colti, poi tolti
al sole che non bacia la fortuna
ma le foglie secche nei folti
di boschi sognati, il desiderio
in occhi semiaddormentati,
sulla vita il sì rapido imperio
di fiori in pancia rameggiati.

Stigma(te)

Le sigarette
sulla tavola intarsiano vallate e
lo sciabordio deforme

appare in colline bianche e poi luce
l’incendio dentro il sangue evaso
dal caos di nervi disforici

crocifisso da gocce
penetrate nel tiranno infantile e
disintegrata

dall’onnipotenza di questa pioggia
vedo le stelle e
i colori sulla mia pelle e in gola

non so più dove s’accendano fiamme
nel fumo che tracima
dal cielo nel cranio

alle cicatrici senza vestiti.

Dormiveglia

Rispolvero una mia vecchia creazione di questi mesi: ho scritto davvero pochissimo, questo è l’unico sonetto — e forse l’ultimo per un bel po’. Si chiude un ciclo.

In realtà sto cimentandomi, da breve tempo, nella scrittura di sonetti in inglese, ma non oso pubblicarli perché: ahi, la grammatica; ahi, il doppio pentametro; ahi, il suono sgraziato dell’insieme; ahi, eccetera. More like a pizza than a sonnet.

Alla prossima,

I.

*

So destare gioielli melodiosi
dalle nebbie in cui in vita trascoloro
e da lune di miele i cieli ansiosi
e far tuonare corde d’arpe d’oro,

bisbigliare oceani tempestosi
salpando dalle labbra, da ogni poro
d’una cornice storta sotto ipnosi
colma di ragnatele, ne divoro

la luce, dentro l’ombra non più verde
svesto rugosa pelle di farfalla
perché torni polvere luminosa

ogni grammo che, forse, si disperde
nel perfetto silenzio, là si balla
al gioco d’una morte che riposa

ed io divengo sposa
di bandiere fiammanti, nella notte
che mi tracima, dentro le sue lotte.

Una voce dall’oltretomba

Sono tornata, dopo mesi di disconnessione. Ringrazio molti, in particolare chi mi ha scritto messaggi, più volte, e soprattutto qualcuno che, fino a poco tempo fa, ha insistentemente messo e tolto il +segui alla sottoscritta. Anche se non ho mai risposto, sappiate che siete stati nei miei pensieri, spesso. Non ho scritto molto in questi mesi d’assenza, è stato un blackout.

Ho appena risistemato la veste grafica del blog, come prima cosa del nuovo inizio. Non ho dimenticato nessuno: mi farò viva presso ciascuno, ma non adesso, non in questo preciso momento. C’è un posto, in me, riservato a voi.

Vi sorrido.


“Scusa, sono lenta” dico. “Tu sei ‘n po’ lenta” risponde lui. “Io sono un po’ lenta — e non polenta.”

 

Deleted

Cos’è la poesia – forse, forse
l’elicottero in caduta libera
nel sangue

o una metropoli cosmopolita
di zanzare in giro com’astronaute
sull’epidermide

lunare mascherata di giullari
variopinti – i poeti
muoiono

la notte su bianchezza d’amante.
Succhiano gli eterni vampiri
il po’ poco di cielo

diluito, a bassa quota – l’olimpo
di potenza crollato, eoni fa
sostituito

da divinità plurali, poi dal plurale,
poi dal digitale
a mo’ di puntura su gluteo

senza spazi e senza punteggiature
di morte, luce, infinità
di senso – perduto

lo scrittoio dei servi amanuensi
ora notazioni sull’ipad
di produzione nuova

dietro la zanzariera delle sillabe
illuminano l’abisso – dall’ombra
lira e canto.

Le foglie torneranno più lucenti

Le foglie torneranno più lucenti,
dopo l’autunno che da sempre osanna
il pigro dormiveglia delle genti
d’ogni paese – e la morte danna

chi tenta di sfuggirle, è la manna
dolce per bocca negli strazi lenti,
l’amare delizioso che t’azzanna
quasi leccando, configgendo i denti

nella sostanza rude delle piante,
la morbidezza lungo colli e seni,
l’espresso desiderio dei morenti

d’eterni sogni d’oro, il diamante
sugli occhi spenti, ogni colpo ai reni
per labbra sconosciute più lucenti.

Rifiuti di(…)versi

Nell’umido le foglie non più verdi
erano tutte di crinali d’oro,
l’autunno d’oggi cade – rivelando
viscere e frutta marcia già passata

dai cieli pigolanti del sorriso,
dove ogni luna sottile e contraria
urla i silenzi uccisi senz’appello
a noi che siamo vermi sradicati

da un campo santo cieco che ci vince
proprio quando vogliamo sotterrati
alberi religiosi scortecciati,
eterni ripuliti dalle stelle

colati a picco in terra – dilatando
un formicaio rosso che s’ingozza
e sputa la frattaglia decomposta
nell’orto dei vicini.

Pensiero in fasce

La poesia è inconsumabile. […] morirà tutto, la poesia resterà inconsumata.

Un autore […] appassionato […] è sempre una contestazione vivente.
Pier Paolo Pasolini

Dedico il seguente esperimento sillabico al misterioso poeta conosciuto con lo pseudonimo Yoklux, la cui ironia pungente, per usare un delicato eufemismo, mi ha decisamente contagiata, nonché a tutti coloro cerchino di far funzionare i neuroni, facendo “opposizione”.


« Il mondo un po’ avariato », io lo vivo
centrifugando l’essenziale e l’anima
lungo il ruscello bianco fuggitivo
trasportato da nervi iperuranici

nella miniera dove il canarino
misura l’ossigeno in poesia
cinguettandomi ogni verso bambino
e di ritmici piedi l’armonia

annerita dalle anse cerebrali
lungo curve alterate i cui fanali
tremano negli spazi siderali
circondando scemenze universali

o le assunte purezze scoppiettate
nella locomotiva a disamore
in linee binarie di fragore
crescendo ad infinito, un tumore

ingangrenito nell’orto del tempio
sacro per ogni ritenuto vate
cui il cielo rombò a gocciole dorate
senza mai si mangiasse quello scempio

messo a mo’ della foglia genitale
a nascondiglio di vergogne umane.

(A)simmetria

La poesia che introduco è ispirata, in fase d’inizio, a Dolcezze di Sergio Corazzini, ma il suo contenuto, svoltosi man mano che i versi venivano impilati in successione, è radicalmente diverso, mentre appena somigliante è la struttura metrica. In comune hanno il triste giglio del cielo, dai versi del poeta. Ringrazio Isabella Scotti per avermi involontariamente suggerito questo particolare “esperimento sillabico”.


O donna, volevi la croce
con l’asfodelo tra le mani
e in sangue esiliato a lontani
crinali d’oro, senza voce

partorivi le grida mute
d’orbite senza più una stella
ed eri la serva e l’ancella
d’eternità misconosciute,

duchessa povera del dio
che posò l’arbitrio qual dono
ai casi umani, in condono
alla gente che del brusio

d’occhi che serravi mai fece
nulla, ma fece d’altri lumi
motivo di gara coi numi
scordandosi di te – invece.

A Nadia

Ho letto un’altrui poesia che mi ha colpita, senza preavviso: ricevuto il permesso dell’autrice, pubblico la mia, ispirata alla sua.


Mi gracidano le ali sulla schiena,
d’albatri liberati goffe piume
e aghi di ricci tondi sulla pelle
dilatano i miei pori chini a stelle,

a emisferi di cipressi e di fragole
tra le mie anse ingrigite, dentro il fiume
d’aria sciolta giocosi ciclamini
piangono sotto nuvole di pini

arcuati nel mio ventre forse gravido
di pazzia che un po’ spaura l’alto nume
resosi trasparente nei sentieri,
e valli e piante baciano misteri

dentro selvagge vene d’una rapida
vibrata in do maggiore, e il giallume
di petali nelle ali è rio lunare
un giorno nell’ottobre che mi pare

sempre più salmodiare
nell’azzurro inni sordi, labirinti
di matematiche o d’antichi istinti

che l’universo colmo
più non frena.

Ghirigori ed errori

L’orto del mio antenato risparmiava
coltivando patate senz’allori
più amore per la terra dei tenori
salmodianti alla luna la cui bava

nel sangue dell’inverno non colava
che su panni di neve, al di fuori
d’agri tetti di pietra, nei pudori
muti e antichi di quelli capitava

esigue foglie secche non spazzate
non fossero altro che ori, messe d’arpe
o di cembali d’obbligo intonate,

filigrane di lusso già impagliate,
eppure il contadino senza scarpe
faceva magia vera con patate

cresciute declinate
nella saggezza d’uomo, ma sorgevano
sotto lune magre e lui piangeva.