Type your search keyword, and press enter

Atti primi

Difendo paradisi neri,
verdi sussurranti distese
di punti e virgola stranieri,
incendi rotti a più riprese

dentro viali alberati e mari
nel passaggio aereo di stelle,
le mie vaste aperture alari
tramite i pori della pelle,

l’armonia di notti serene
in cui ulula a lune rosse
la canzone delle mie vene
colate a picco nelle fosse,

il grido alto nella tempesta
di navi cargo d’esiliati,
la pulsazione che s’arresta
nello sfondo d’occhi umiliati.

Dialogo immaginario

« È il tempo che hai speso per la tua rosa
ad aver fatto la rosa speciale »
disse la volpe al principe bambino.

« Ciascun ha il suo male, ed è il sale
non d’una rosa, ma della magia
d’ogni cosa » risposi, fuori campo.

« Tuttavia non per ogni cosa batte
il cuore ribelle di questo principe »
m’attaccò la volpe, dentro la mente.

« Già, l’universo non interamente
custodisco nel cuore » farfugliò
il non interpellato ancor bambino.

« Eppure sarai uomo, tu lo vedi
quel serraglio di rose sterminate?
Sarà tuo » dissi. Egli s’infiammò.

« Con tutte quelle rose coltivate
come saprò riconoscer la mia? »
pianse e l’amarezza lo circondò.

« Di certo sarai in grado » disse lei.
« Io cresco libera dentro il tuo cuore,
non in un orto di rose domestiche. »

Sbottò: « E se ti vorrò dominare? »
« Me ne andrò, viaggiando nel firmamento.
Oltre le stelle mi dovrai cercare. »

« Lo farò » disse con un grande orgoglio
nel luciferino sguardo da uomo
che la rosa, per paura, brillò.

Lui tese la mano, lei rifiutò.
« Non voglio, giardiniere d’altre rose.
Lontana per sempre, io fuggirò. »

Così provò dolore e nella notte
cavalcò le comete. Nel suo cuore
travalicò, invecchiando, l’amore.

Evasione

Mi ubriaco di senso
sepolta fuori campo, in galera
senza nessuna croce
annego nell’inferno
intasando i polmoni con le tenebre
di coaguli d’infinito
in dialogo con me, bevo poesia
da verdi silenzi
rincorrendo la fune calata dall’azzurro
le volte che risale
traendomi con sé, dove si cuciono
con sete melodiose
rapide fiammanti oasi di luna.

Aeroplani di carta

Altrove, cercami: un tintinnio
in volo nudo al di là di barriere,
l’autunno di foglie, un dondolio
d’altalene a rottami al parco giochi
di bulli prepotenti, un brusio
sgraziato di turisti della vita,
le città invisibili, un addio
di corpi innamorati tra le sterpi,
un canto alla luna in mezzo al ronzio
di produzione, la violenta brama
di silenzio musicale, un fio
pagato troppo presto, i saggi alberi,
un fastidiosissimo cigolio
di porte sbattute in faccia, il fiume
nella notte colorata di brio
d’un battello deviato, fra le siepi
l’antico pigolante crepitio
nelle stelle d’una poesia nuova,
l’odio radicato nel sussurrio
cucito sulla pelle con il sangue,
pensieri di luce, un balbettio
in cerca di rapide vie di fuga,
la battaglia ferma contro l’oblio
che mi brucia l’esistenza abortita.

Soffocamento

Tento di respirare, qua e là giace
l’ossigeno poetico tradito.
Nel vibrato costale del torace
il caos di stelle appena abortito

cessa di mormorarmi senza pace,
espiro senza temere l’attrito
scaricando l’aria lirica audace
e prima che sia tardi ho percepito

un canto alla vittoria, ora tace
con un ultimo postumo garrito
il cuore di sillabico rapace
in volo oltre il muro azzurro colpito

da proiettili senza maestà
nell’abisso di morte che verrà.

Silenzio lunare

Infinitesima bellezza muta
il mio cuore fantasma in cui si spezza
melodiosa decadente incompiuta
poesia, latitante fanciullezza

presso rami di sangue e di bianchezza
d’un tramonto stellato che mi scruta
nel basso d’una grave leggerezza
di versi come la frutta scaduta,

nel silenzio lunare su cui sputa
chi imbratta con una parola e mezza
la via pericolosa già battuta
dai più grandi la cui voce è la brezza

divenuta tempesta nella notte
e la fiamma che ogni tenebra inghiotte.

L’attimo

È cicala danzante nella notte,
scampanellio di fulmini e di canto,
oscura selva d’anime sedotte
nell’inferno, epidermico manto

di rose al buio dolce d’un cipresso
in espansione verso nude stelle,
uno struscio d’azzurro, un riflesso
sanguigno, un presagio sulla pelle

a svelarmi l’arcano che mai tace,
in seno a paure sempre in agguato,
ed è come l’uccello la cui brace
in eterno rinasce, un afflato

nel desiderio, incongruo e fallito,
d’un nuovo dio nel caos infinito.

Sogno

È la notte, m’include
– sulla tela d’un ragno
la mosca presto assume
la sembianza del manto
in cui poi muore.

Sento le anime nude
– la nebbia in cui mi bagno
mi priva del mio lume,
il tacito mio pianto
colmo d’amore

guarda l’altra palude.

Gli accenti sulla sesta

Mi si confà il martello nella forgia di versi
– un ampio frontespizio, un volo rovinato
su virgole di luce nel palmo d’universi
in mezzo a punti fermi, d’un crocevia sfaldato

il grido che s’eleva dal rumore incrostato
per la luna, sciacquando senza più trattenersi
ogni antica scrittura con il sangue sbiancato
la notte melodiosa di nuovi capoversi.

Mi si confà il ruscello di sillabe d’un lento
ossimoro di sensi, anime nella notte
in eterno dannate, l’eterno senza età

– mi si confà il vascello le cui ali di vento
dentro le polluzioni guidano vele rotte
in cerca d’una via per altra verità.

Non è una poesia

Non voglio salvarmi, non voglio
scomparire oltre le nubi, là stelle
aliene e distanti non sanno mai
di niente. Io voglio ustionarmi
perché è la morte di non esser nata,
è star in gabbia in un limbo
tutto grigio – le mie parole quasi
non escono. Un giorno forse
ogni mia lacrima schiantata
si farà pianta, m’aiuterà
a scivolare nell’ombra dei rami
prima del salto – ho paura, non circola
anestetico in vena. La mia corda
già inizia a prendere fuoco
mentre scendo al suolo, sto usando
i centimetri del nodo scorsoio
per calarmi in basso, tra i rami
e poi giù nella lava. Semino lacrime
perché alberi forti attutiscano
la caduta nell’inferno. Le foglie
sorrideranno all’incendio
da vicino, i fiori saranno neri
come la cenere espansa
nella notte di dio. Se la fiamma
mi bagnerà vivrò per essa,
t’avrò raggiunto.