Allo specchio

Ricordo? Cosa dovrei ricordare
dell’ozio immobile a pensar l’eterno
come la colla che aggiusti le tare
in comune tra la rima allo sterno
e cieli muti? Posso immaginare
di scaldar con la mia anima l’inverno
e portar il naufragio delle bare
alle stelle, lontan da quest’inferno.
Non son che l’ombra pallida che agogni
i sassolini di strade di monti
in cui inciampi salendo lungo i fianchi
dell’utero non più verde dei sogni
perduti nel violento far i conti
con l’aguzza realtà dai seni stanchi.

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Un uomo è solo

Un uomo è solo e dalle scarpe toglie
le spine di un passato senza rose.
Nel dilatare del tempo le cose
sbiancano con i canti per le foglie.
La nebbia alluma il viaggio delle spoglie
a ciò ch’è oltre l’azzurro. Le ossa erose
ripulite da lacrime ed implose
scintillano nel buio che le accoglie.
L’autunno torna uguale e con l’inverno
scende il sipario, l’anima si gira.
La terra fredda culla un nuovo fiore
o il vecchio cuore? Di bellezza muore
già mentre un occhio stremato l’ammira
ma uno è chiuso alla luce dell’eterno.

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A centomila nessuno

Dici che simulo la malattia
— a mente lucida. Non è salute
nel coagulo di grida la mia
anima spenta al lume di perdute
stelle oculari. Non è casa mia
il legno marcio di foglie vissute
disintegrate nel gelo, ma è mia
questa luna arsa di parole mute.
Il fruscio secco mi tempra in acciaio
sfamando la purezza adamantina
di cielo nell’addome, scioglie i nodi
scorsoi del palpito che svita chiodi
a una trave. La rosa d’ogni spina
profuma ispirandosi a tizio e caio
ma l’intimo ghiacciaio
rovescia dentro veleno dolciastro,
la paralizza riavvolgendo il nastro.

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Pausa

Scusa un momento, mi devo assentare.
Leva la maschera e tira le corde
del sipario del teatro. Sto per sfare
la luna, sfondo di tempeste sorde,
e l’anima, là dove non demorde.
Se mi cancello, smetto di parlare
e s’ode il cicaleccio monocorde
del luogo strambo. Sto per rinunciare
al palco marcio di gelide foglie
uguali nella morte e nella vita.
Sto per lanciare un pallone lontano
e nel farlo già tremo, piano piano.
Lo sai che vegetare parassita
è insopportabile, non si raccoglie
che un grido fra le spoglie
nel grande oblio dell’universo nero,
la vibrazione d’un ego straniero.

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