Un’esplosione

Udendo vibrazioni accartocciate
di sillabe sfocate, la tensione
fra me e le solitudini rubate,
annaspo in riva all’immaginazione.
L’acqua pettina nodi di truccate
schiume, scrivendo dentro l’emozione.
La trasparenza lava d’annebbiate
zone di piombo al cuore la finzione.
Si nutre fin nelle ossa l’anima arsa
da dubbi, bagna il fuoco d’una stilla
l’eternità che parla nella testa.
Si desta in morte la voce scomparsa
fra stelle, sugli alluci danza, brilla
con l’ipocentro sotto la tempesta.

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In tralice al nulla

M’apro infiorando l’umile, serena
bellezza d’ombra, grigia sotto il cielo.
Larve discorrono nella cancrena
di sillabe interrottesi nel velo,
né vive né trascese a una piena
dello spirito. Restano sul telo
vibrazioni armoniose, con la pena
da scontare. Nel battito in sfacelo
l’erba ricresce azzurrando la squallida
emozione alla morte d’infiniti
cuori intorno alla luna. La mia voce
gira in sinfonia violenta alla pallida
liturgia cacofonica dei miti
chiodati come màrtiri a una croce.

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Scavare nella terra

Inerme, colma e nuda, come il verme
mi cibo della bellezza trascesa
di visi trasfigurati. Inferme
tremano voci spente. La discesa
da stelle a fanghi è ripida. La corda tesa
del violino suona rafferme
briciole d’illusione dell’appesa
maschera accantonata, disconferme
dell’oggetto desunto dal soggetto.
Sono per l’universo la formica
aggrappata al suo pane. Nell’eterno
la pulsazione in arresto allo sterno
va alla deriva oltre il cuore,
rinuncia a mangiare per un diletto
dolore contraddetto,
dal nodo al pettine venuto meno
all’impiccato
che oscilla sereno.

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A stelle mute

A stelle mute, vado a braccia tese
tastando rocce aguzze. Cieca
gioco alla meraviglia, insozzando con l’invisibile
i palmi teneri. Affilo il diamante ancora grezzo
contro l’asprezza del dissesto umano.
Nell’anima diroccata m’azzannano creditori
ed esattori che infiorano la cravatta.
Lenta lenta, dolce il momento, accendo
col sangue un riflesso azzurro ed emigra all’eterno
l’assenza che mi stritola le ossa
nel frullatore immaginario, coi profumi del cielo.
M’inebriano la pelle le spine, mi pizzicano
le orecchie i movimenti d’un re minore, mi sbucciano
le ginocchia le correnti, affinano
levigando il marmo la bellezza. Sono la luce
e l’ombra, tutto il fertile
coltivato, raccolto, mangiato e trasformato, in me
concima l’esistenza.

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