Preghiera

Dimmi, o creatura
sputata dalle stelle sopra il mare,
dove vanno i germogli
della terra africana

e dimmi anche, ti supplico,
il nome dei serpenti della patria
che i natali ti diede
dentro a una baracca.

Non conosco il tuo nome
da schiava, al banchetto della carne,
né trovo il marciapiede
vicino a casa mia,

né rivedo il tuo sguardo
se non alla tivù
quando fanno scalpore le notizie
e dopo nulla più.

Né mi risveglia il dardo
della mitraglietta nella città
che uccise il padre tuo
e poi gli tolse i sandali

né quell’altro bastardo
che ti rubò denaro
per un barcone colmo
direttosi al mio faro.

La mela

Dopo un solo morso, l’effluvio dell’estate era dolcissimo, con abbondanza d’alberi maturi, dai frutti succosi, lungo le rive cantanti dell’allegro fiumiciattolo nei giardini. Ogni specie (dalla rana salterina e giuliva alla carpa che boccheggiava sul letto del corso, dal lupo ombroso alla timida pecorella bianca, dalla volpe astuta alla lepre fuggitiva, dalla capretta sognante al delicato filo d’erba che la prima non avrebbe mai mangiato) era in armonia con le altre, né aveva necessità di nutrirsi per fame, di bere per sete, oppure di costruire un riparo dal vento, dalla pioggia o dal troppo sole, né di nascondersi dai predatori in cima alla catena alimentare, né di coprire la nudità del corpo, né di costruire rifugi ove riposare. Non v’erano bisogni, né il giorno e la notte erano diversi tra loro, poiché i pensieri dell’uomo e della donna sarebbero bastati, da soli, a far comparire le stelle nel cielo pulito. Non v’erano odori sgradevoli, ma solo delicate fragranze d’ulivi in fiore. Non era morte, non era nemmeno vita. Suppongo tu abbia già compreso come fosse una noia immane per tutti, con l’aggravante di durare per sempre. Come il dipinto d’un famoso pittore: meraviglioso, immobile.Leggi tutto

Il parlamento degli animali

Duecentoquindici anni addietro lungo la linea del tempo, un altro bosco d’una dimensione molto lontana da Eltair fremeva, marcio d’umidità: ancora piovigginava dal cielo sporcato e nascosto dai cirri ad altezze vertiginose, ma gocciole minute, catturate da giganti fronde, correvano leste nei canalicoli ricavati naturalmente dall’accostarsi casuale di foglie e ramoscelli per poi depositarsi in fiumare di fanghiglia dopo aver percorso la corteccia, oppure tamburellavano sulle teste di sfortunate formiche rimaste fuori all’aperto per qualche assurda ragione.
Il vento respirava docilmente, spruzzando altra acqua qua e là e deviandone il corso, inclinando la retta via della pioggerella autunnale.
L’immensa foresta echeggiava di vita pulsante: gli animali di taglia piccola, media e grande godevano del calore e dell’affetto delle proprie famiglie, rinchiusi in tane faticosamente costruite durante la stagione appena trascorsa, accucciati in maniera confusionaria; di tanto in tanto, un pigolio stridulo di prole affamata e infreddolita svelava la presenza di merli e d’altre razze d’uccelli, avvolti nei loro robusti nidi sulle sommità possenti ma ben riparate dei faggi; una lepre trotterellava in giro, in cerca della propria casa e del riparo dalle fiacche intemperie, ma, trovandola, finalmente sorrideva gioiosamente prima d’infilarvi il muso con vivace allegria.
Le foglie, la scorza esterna dei grandi, secolari faggi, le loro ramificate e sinuose legnosità, con addirittura gli arboscelli più modesti a proteggere l’erba piatta e sparuta, ma ancora verde, s’illuminarono di luce fiabesca quando le nubi, spazzate via dal venticello (che iniziava a rombare in un crescendo d’armonie, intonando la volontà dell’universo), abbandonarono il loro posto nel cielo per lasciarlo alle stelle: alle sempiterne, sempre giovani stelle che tutto osservano e tutto conoscono, ma nulla rivelano se non a chi sappia loro domandare con nel cuore la purezza e la saggezza del bene che vince sopra ogni cosa.Leggi tutto

Nonsenso

Galleggio sottovuoto, da lattina
frigida e scaduta le cui interiora
si destrutturano,

le pareti di vecchio alluminio
non celano la decadenza
della mente tradotta nelle carni,

no – mi scherzano lucciolando quelle
nello specchio liquido del soffitto
agitato da stelle.

Ah, le stelle – non sono che miraggio,
vedute dal pavimento oceanico
che alla deriva mi sospinge

ed è pure vero che siamo uguali
noi e quelle, medesime ossature
di carbonio e forse un po’ di quell’anima

lassa durante la cottura.

La ruota

Quando gli uomini vanno
in mezzo alla natura
sono attratti dal seno
unitosi alla terra

di quella prima madre
che mai fu conosciuta
e il grembo delle piante
invia loro segnali

in forma di pensiero
assorbiti veloci
dalle anime stellanti
poste di guardia al mondo

esterno della carne
in destrutturazione
a che ogni pezzo d’osso
non diverrà pensiero

in quella vasta fame
di cui si crepa l’aria.

Epifania

Ignoro
quando balenò luce
nell’orizzonte dello sguardo privo
di tutto ciò che
desiderava. Ascolto
da allora il mare
ricucire garze bianche alle dita
e mettere cerotti
alle farfalle. Né so
se mai ritroverò
le candele affogate nel crepuscolo
in quell’inchiostro
che mi distrugge.

Autobiografia

Fra i platani stormiscono gli uccelli
e la città sfreccia tra luci rosse
e poi la stampante, spenti gli ugelli,
singulta con le brevi ultime mosse.

La felicità dei giorni più belli
è qui, a un granello da oscure fosse
di stelle, di carta. Cucio brandelli
di pelle, come se nulla più fosse

e respiro quella felicità
intossicando i polmoni stracolmi
d’inchiostro – e alla fiamma d’un sonetto

ciò che mai avevo trascritto o detto
illumina siepi al di là degli olmi,
l’immaginaria nube d’irrealtà

che, presto, se ne va
nella morte che albeggia, cura e vive
nomi dall’altro lato delle rive.

Sinestesie

Ero sola, viandante nella bruma
della fresca città. Ero sempre
una nave di carta, che le nuvole
soffiavano all’insù. Ero quasi

un arpeggio in la minore seduto
sulla dissonanza d’un parco vuoto
in mezzo ai roveri, sulla memoria
imbiancata. E tacevo – poi, ecco

del Po le risatine sciabordare
e pizzicare le orecchie con viole
d’amore consumate troppo presto,
come le giovani faine e donnole

prima che siano messe nelle gabbie
e poi lente, a morire. Il fiume
si dondolava equo al chiaro dei pali,
dipingeva spirali con pietruzze

e respirava i polmoni a vapore
dei battelli – o era forse la Senna
il caleidoscopio d’albe sonore,
un intrico selvatico, la mente?

E quando sparivano in cielo gli astri
pallidi come altalene fanciulle
tornavano a gorgheggiare colori
dalle voci bellissime. E sola

potevo danzare fra queste sabbie
azzurrine che addolciscono il sogno
d’una vita tesa alla conoscenza
del dolore – e all’esatto contrario

solevo versificare la linfa
di siepi radicatesi nelle arterie
inquinate dell’anima stellante
che sono, e un pezzetto sparuto

mi parlava – e non ero più sola.

Enigma

È l’alba degli usignoli, la via
del sogno e l’inno angoscioso alla luna,
la sabbia inferma della poesia,
l’amante che riposa sulla duna,

la rotta di vascelli in avaria,
l’alito di fiume e la selva bruna,
la siepe, la scelta d’un crocevia,
la nuvola libera e inopportuna,

la nebbia tortuosa della follia,
il tremulo bagliore che accomuna
la vita e la morte per asfissia,

il narciso curvo sulla laguna,
fra gli animali della fattoria
il dubbio immortale, l’ardua fortuna.

Ipotesi

Si ruppe
tracciando
nel latte celeste dei sogni
la rotta –
spargendo il nettare
zampillò, disseminando
i fiori di luce
dell’Olimpo
tra gli uomini alla mercede
d’un primogenito impulso
– folli genti alienate
guadano ancora il fiume:
irto e scosceso
il sangue delle stelle
è diluito
in correnti a bassa quota.

Nastri

Arie d’oblio, notturni sonnolenti
e mozziconi gettati per noia
sono l’intonaco sulla parete
d’un disegno ancora da immaginare:

la vena chirurga seziona verbi,
amputa frasi scomparse dai libri
e non resta nient’altro che un presagio
di stelle tramontate nel petrolio

e un poeta mozzo che sosta muto
vicino alla poppa, sognando invano
del viaggio la direzione contraria,
interprete di storpi periodi

che significati non hanno più.

Epopea di stelle

Voglio gracchi di corvi maledetti,
ciottoli di sentieri confutati,
gli acri odori a lato dei cassonetti,
non i cespugli degli innamorati

o la luna che s’ammira dai tetti,
ma la donna da cui non s’è riamati,
la gogna di pensieri contraddetti,
la luce errante nei visi bagnati

e per chi avesse ancora da ridire:
in me ardono le nebbie della morte
e la falce che raccoglie le messi

è l’ara solenne che sta nei pressi
di templi azzurri, vicina alle porte
d’inferni che mi tendono le spire.

Feritoie

Il mio corpo rielabora cicatrici
trascolorate in universi d’ombra

e son mappe di strade non lineari
i dedali e le foreste di rughe
attorno alle mie orbite immortalate
in nanosecondi stellanti e oceanici

e fra le numerosissime crepe
s’aprono scorci luminosi sul mare,
sulle sabbie mobili della vita
o su mura d’inscalfibile ghiaccio

e paradisi nevrotici si mescolano
in un caleidoscopio impazzito
sin quando spalancata all’azzurro
una rupe sopra a una voragine

svela l’orizzonte
del mio segreto.

Onde bruciate

Una poesia muore in riva al mare
o vola scintillando coi gabbiani,
non è strano che l’usignolo canti
all’alba l’inno cupo della sera:

calmo, e sempre uguale, appare
delle anatre il tedio, un folle ruspare
e sul lago il più lento sciabordare
dei pigolii diretti ad annaspare

nei gorghi salmastri di baie nere –
sugli ormeggi desiderare
la maestà dei cigni.

Tendente a zero

L’urlo del monte, i raggi del sole
nascosti dietro creste verdi
e sagome nere, denso chiarore
il calmo abbraccio della luna

e dormi felice, fra i sogni perdi
amare rughe nel pallore
e una sorte strana a me t’accomuna
nel vespro che fredda le gole,

di non aver speranza, né amore,
di non trovar scintilla alcuna
fra i gabbiani che la natura vuole
nomadi in cieli sempreverdi,

e come usignolo senza tribuna
canti le grida terraiole,
i miseri atti, l’aria che disperdi
alla morte, a quell’amore.

Cieli e serrature

Come formiche certi se ne vanno
avanti e indietro nel sangue dei campi
e quasi né morte né vita sanno

di chi siano le allucinate forme
già pronte all’atto, al niente vitale
e forse a ricalcare tragiche orme

di tempi coniugati al trapassato
e mi domando che sia mai quel punto,
quel brivido nella luce, un fiato

di grazia farfalla sopra irti lampi
che in mezzo a loro si leva piangendo
come fiamma che sott’acqua divampi,

e d’altri insetti miopi non mi curo
né del violento picchiare di torme
ma nella sua traiettoria perduro

e saltando le siepi e le paure
il vertice degli alberi mi svela
l’incavo di cieli e di serrature.

Luce selvaggia

Nella giungla metropolitana
inseguo leoni, aquile e orchidee

aprendomi
all’azzurro spazio musicale
come l’atavica belva in gabbia,

dimenando
gli arti, così che le piume
scendano sulle città degli uomini,

cullandomi timidamente
nel più lento sciabordio
dei ritmi antichi

e non so
dove sia l’anima inflazionata
nei cori furtivi straparlata

quando sugli attori immascherati
cala il siparietto brusco dei rombi
e il melodramma si chiude

in uno scalpicciante fuggi fuggi.

Rosa dei venti

Invocasti colomba
dell’abisso sempreverde il nome
in cui senza i lacci sciamavi
a mo’ di stellante
melodia

e ti rispose mai
la belva prima di sbranarti,
disperdendo pian piano l’urna cerula
che per nascita
già eri –

s’innalzano infiniti
tremanti al crocevia
alberi religiosi, viuzze fiammeggianti
ed epifanie nere, dirette autostrade
al nulla informe, indifferenziate
discariche per ciò che resta
di tue nidiate, là

somigliano le Pleiadi
a chiassose torrette vedute da lontano
e forse sono posti uguali e cavalcavia
di sogni, concessi barlumi e
spiegate resistenze.

Cos’è vivere, se non far ridere
un verso, e rivolta estrema
a eternità insensata
e schizofrenica armonia
nel divino splendore

d’una tomba?

Cigno

Ogni volta che cadono le foglie
la mia arpa fa rintoccare arie mute
ed echeggiano queste sulle soglie
oltre il faro di navi e oltre la rupe

gettata sull’inferno in cui si scioglie
la remora di cose già vissute
e il viandante nel fango allora coglie
la natura fra le tinte più cupe:

d’anime che vanno per spazi immensi
là dove le stelle son come loro
e l’eterno sì piccolo gli appare

e le ombre del tragitto sono chiare
e sente in petto crepitare l’oro
ben più vicino di quanto si pensi.

Silenzio

Il canto della civetta di notte
m’illumina mentre lottano i versi:
le grida soävi sono ridotte
a echi lascivi su campi dispersi.

Agre pause – poi gli inni urlano a frotte,
tamburellano in corpo gli altri versi,
nati inumani, da labbra sedotte,
da arterie mortali fra gli universi

e quando mi volgo in cerca di stelle
una torma di speranze m’assale,
però non trovo né un dio, né quelle

mani tese alla terra d’ogni male:
un brivido s’infuoca nella pelle
– mi svegliano fremiti di cicale.