Scusa un momento, mi devo assentare.
Leva la maschera e tira le corde
del sipario del teatro. Sto per sfare
la luna, sfondo di tempeste sorde,
e l’anima, là dove non demorde.
Se mi cancello, smetto di parlare
e s’ode il cicaleccio monocorde
del luogo strambo. Sto per rinunciare
al palco marcio di gelide foglie
uguali nella morte e nella vita.
Sto per lanciare un pallone lontano
e nel farlo già tremo, piano piano.
Lo sai che vegetare parassita
è insopportabile, non si raccoglie
che un grido fra le spoglie
nel grande oblio dell’universo nero,
la vibrazione d’un ego straniero.

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