Quasi l’alba

Bruciata da lembi d’eterno
la marea ripone nel sonno
cicale estroverse, marmotte fischianti
e deboli urla m’assediano
nel mio dolce cullarmi tra le onde
e l’essenza fresca
inspira ed espira nei boschi fiammanti
su rive inclinate di corsi
e molto fa rima in nature di tenebra.

In vena stormiscono versi,
cinguettii sulle acque stagnanti
mischiati a parole, sereni di luna,
ninfee calde e miopi,
tintinnii d’oceani in estasi,
praterie turchine,
pulcini accucciati nell’ombra di stelle,
tormente su alture rocciose,
rovesci eschimesi nel ghiaccio dell’Artico.

Poi… poi odo strilli guerrieri
da un lontano isolato in città.
Mi turbano puzze elevate al mio piano
e l’acre piscio m’arriva
a finestre socchiuse all’esterno.
Cassoni al rovescio
calciati e scherzati vuotano di tutto
e sacchi nerastri rivelano
il cibo di scarto, la frutta già marcia.

La vita notturna distrae
alle tempie la pace agostana
ed esala sempre di più un altro olezzo
di plastica arsa per gioco.
La movida ritorna nei berci
e i vecchi strombazzano
ficcando striscioni al balcone per quella,
ebbrezza ventenne cafona,
e gracchiano: qui si vorrebbe dormire.

Insonne ritorno al mio sogno
e surreale e straniata già arpeggio
di balli nei rami, d’uccelli in calore,
di gorghi pieni d’amore
nel divino silenzio del grano,
di tetti di pietra
nei monti, nei grezzi locali in miseria,
di padri al lavoro, le madri
e i figli rachitici eredi di poco.

S’usava buttare dall’alto
un gran secchio centrando la testa
del fatto di vino di turno
e s’usava mandare al paese
ogni scemo senz’arte né parte.
Costui nascondeva
nei giorni a seguire quest’onta la faccia.
Pensando la storia del mondo
ho messo le cuffie alle orecchie un po’ sorde.