Rosa dei venti

Invocasti, colomba,
dell’abisso sempreverde il nome
in cui senza i lacci sciamavi
a mo’ di stellante
                               melodia

e ti rispose mai
la belva prima di sbranarti,
disperdendo pian piano l’urna cerula
che per nascita
                            già eri –

s’innalzano infiniti
tremanti al crocevia
alberi religiosi, viuzze fiammeggianti
ed epifanie nere, dirette autostrade
al nulla informe, indifferenziate
discariche per ciò che resta
di tue nidiate, là

somigliano le Pleiadi
a chiassose torrette vedute da lontano
e forse sono posti uguali e cavalcavia
di sogni, concessi barlumi e
spiegate resistenze.

Cos’è vivere, se non far ridere
un verso, e rivolta estrema
a eternità insensata
e schizofrenica armonia
nel divino splendore
                                      d’una tomba?

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