Inerme, colma e nuda, come il verme
mi cibo della bellezza trascesa
di visi trasfigurati. Inferme
tremano voci spente. La discesa
da stelle a fanghi è ripida. La corda tesa
del violino suona rafferme
briciole d’illusione dell’appesa
maschera accantonata, disconferme
dell’oggetto desunto dal soggetto.
Sono per l’universo la formica
aggrappata al suo pane. Nell’eterno
la pulsazione in arresto allo sterno
va alla deriva oltre il cuore,
rinuncia a mangiare per un diletto
dolore contraddetto,
dal nodo al pettine venuto meno
all’impiccato
che oscilla sereno.

Back to Top