Giovane, bella tu eri, eri un gambo
di linee tese al cielo sfiorito,
un diamante nell’universo strambo
dal terreno più sterile attecchito.

Le variopinte nervature, frasi
che per la bocca tua avevi abortito,
erano rami inoltrati nei casi
d’un dio sparpagliato nell’infinito.

Ricordi i tempi in cui riempivi vasi
di semi, di specchi in pezzi d’eterno,
e senza saperlo gettavi basi
d’una nuova pianta su cui far perno

per sollevare il mondo sopra il vuoto
mandandolo a quel paese già noto?