All’anima

Parla. Si rompe la luna
che si torceva negli occhi — la civetta
argentina sorride, nell’ombra
da qualche parte
il lato oscuro bacia il sereno, la via
del sonno nell’oblio
degli incubi dolci, la notte
del cicaleccio, la fine.
Parla. L’ugola ciba
febbri di poesia. Le storie
rivivranno, i polmoni
torneranno dove corriamo
ed inciampiamo
fatti di terra, drogati d’aria
— nel cielo in cui nasciamo, nel vento
dove tutto
si mischia, un’accozzaglia
di case e sterpi ad anni luce
d’esistenza sacrificata
ad altari vuoti. Il tempo — l’ignoto
signore del latifondo. Rintoccano
campane al paesello. Perché non parli
facendo din don
anche tu?

Fioritura

La mia croce
è un pesco al sole, il cipresso nuovo
dall’altro lato del vetro.
Mi nuoce
l’alba nell’amplesso gelido
nel suo rinato brusio.
Il rumore non è più lo stesso
e la febbre d’ogni voce s’appresta
alla natura lunare.
E nel canto
la sento crescere, con le radici
nel terreno, assediata
dal silenzio che stritola violento
i boschi ariosi, le tane felici,
le ali ricongiunte alle vallate
come nelle ballate d’un Trecento
il cui fantasma antico
trionfa
lento lento.