Fine

Venga la notte con le sue falene
– a ricordare che sarà l’inverno.
Già mi bisbiglia le parole aliene
che traduco dal vuoto nell’eterno.
Sia l’immortale fra le cantilene
chiuse nel muto arroccato allo sterno.
Non salvi il cuore. Sia cibo per iene
anche l’anima dietro urla di scherno.
Levi la maschera sfatta d’azzurro
gettando gli astri al cesto dei rifiuti.
L’ultimo canto sorvoli la terra
raccattando esuli per fame e guerra.
Sieda col tacco sugli sconosciuti
– e tutti i re ne temano il sussurro.

Incantesimo

Dal legno nasca cuore bagnato
l’orologio d’ingranaggi di luce
e la voce di ragno, incrinata da fiamma, posseduta da un’ombra
disegni a carboncino l’albero
su tela di pianeti e dissolva nello stomaco
sensazioni piombate come sillabe
balbettando canzoni, strangolando emozioni, e con la morte
ricrei viali dell’argento
che le costruì un’anima, nei versi lo scheletro a pezzi
di meraviglia.

Giungano le farfalle e la notte
ferisca sollevando dalla croce di pietra
un’apertura nella torre di foglie e la poesia di sangue
con l’inerzia vibrante
sia commutata nei castoni immortali
nel vuoto sazio di note eterne.

Dietro l’intercapedine del tempio sacro
cerchi le stelle e nell’amplesso
di terre inesplorate esista almeno un senso
vergine come piuma
a comandarmi di nuovo la vita.

Le fiamme

Sulle spine delle rose si dice
non scroscino che sangue e temporali.
Sotto ombrelli di rose nei viali
si dice voli l’altera fenice.
Scendere il monte e le stelle immortali
capitombolando sulla pendice
sembra un tuffo in cui sognarsi pernice
oppure drago dalle possenti ali.
Per quanto il cielo parli in lampi e tuoni
nessuno l’ode prima di cadere.
Per quanto l’anima urli senza suoni
le si può comandare di tacere.
Le rovine del cuore e gli abbandoni
creano un incendio da cui si può bere.

Filastrocca

Più di meteore brillare. Di soli
bere le fiamme da specchi e riflessi
mentre l’abisso si tuffa dai cieli.

Rami e profumi scostare dagli occhi.
Non pioveranno che sassi affilati,
fiori di bronzo in terreni salati.

Sciogliere tutta la nebbia. Cercare
l’acqua in cui cadde il narciso e la psiche
rotta con ori e dolori aggiustare.

Bacca di noce raccogliere in tempo.
Giovani e anziani ne succhino presto
dolci veleni nei gorghi intasati.

Stringere in mano l’amore cresciuto
sazi di ciò che si aveva perduto.

Un agnostico

«Non so chi creò le foglie, se becchino
nell’universo – o giullare pazzo.
Di certo ebbe la stoffa di Arlecchino
da cucire e pertanto non fu razzo
– l’uno e lo zero, facce nel divino
rimescolare e pescare dal mazzo.
Se li si guarda troppo da vicino
i rami doppi hanno lo stesso andazzo.
L’artista mise l’arte da una parte
– e precipitando s’addormentò,
ma a ben pochi sembrò vero il riposo.
Fu più comune voltare le carte
– cause ed effetti, personali o no,
imbrigliati all’albero luminoso.
Gli verrà doloroso
aprire gli occhi – eterno il lamento.
Lanciò monete e se ne andò contento.»