Eterno circolare

Baciati dalle spine, sulla tomba
tremano spigoli rotti. I crani
guardano da ante scardinate il bivio
verso la luna dal ghigno rapace.

Il pianto della rondine non svia
la meta nell’eterno circolare
dell’orologio avanti sulla morte
contro il tempo raccolto dell’amore.

Lo stormo fa cadere nell’inganno
l’intermittenza pneumatica al cuore
per smussare alla notte il logorio
che accelera l’incanutirsi al fiore.

Nella camera ardente del futuro
nemici bucano l’uovo in anticipo
profetizzando sempre primavera
nell’equilibrio sconosciuto all’uomo.

Foglio bagnato

La nave folle
non approda, ieri come oggi
nel mare fanno cartello
onde sociali. È sotto il cielo di tutti
la nostra terra lacerata
da feudi e latifondi. L’anima disassata
non ha
bisogno di sé, s’impiglia
dentro la propria rete, ripete il ballo sghembo
del gamberetto. Se l’acqua bolle
s’evapora alle stelle. Come su zattere di legno
credo s’affondi
mai.

Venti reflui
soffiano sull’Atlantico. Trasloca nel Pacifico
il peso d’aria fritta. Lumi fatui
s’accozzano allo scoglio. Il pescato
dentro la pentola
ha lo stesso profumo acre
dal 1789. Ama la prigionia dorata
senz’accorgersi ch’è solamente un tranello
l’olio di cottura.

Ritorno alle mie fioriture azzurre
e dalle nebbie scomposte
conto la leggerezza. Mi cade al suolo
l’anima grave.

Epifania di cielo

La pelle brucia, il buio
cede al bagliore, mi colma
le vene. Presto, c’è
oro nel sangue. La mia fioritura
s’avvia lenta a compimento. La bocca
lieve s’arrampica
sullo scheletro, cattura il vento, cova
brividi fiammanti. Il cuore trema, i polmoni
scoppiano. L’azzurro mi tortura
alla gola, m’assedia
al bivio della morte. L’incubo sta
sotto le stelle, nel ventre, sulla terra
dal gelido respiro cammina l’anima
sfatta d’immenso.

Clavicembalo

Calabroni
s’accozzano qui e là
in lampadari di finto cristallo.
Come gli insetti nel salone ronzo
– a lume spento.

Va di moda il più nuovo pianoforte
ed io al clavicembalo
insisto, insisto. A corde rotte suono
la nera pestilenza. In bocca frullo
l’antico cra crà di corvi.

Fuori tempo
fa muffa nel dorato
barocco una cicala.
L’ago magnetico sfarfalla, cancella
tutto, trallallà.

Poiché ha fine l’assurdo
muro fra me e l’eterno, poiché
mi stanco della solfa
sgocciola nelle mani il cuore orrendo
della verità.

Liberazione

Esultino le trombe
come nel volo di fresche colombe.
Esclami storia di ciascuna data
il fazzoletto o la bandiera alzata.
Presto! Esplodano tutte le bombe
mute nei secoli. La truppa cacci
i silenzi nel vuoto. Senza suola
ci si punga la pelle, con le mani
si muovano le stelle. Non si tracci
orma passata. Presto! Già vola
sull’abbaiare al guinzaglio di cani
la parola fiorita da bocche arse
nel sangue poliglotta
d’urne sparse. Sta per cantare
l’eco solare.